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Guerra in Sudan
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Guerra in Sudan: la storia di una rivoluzione violata

Intervista all’esperto Yagoub Kibeida, che ci racconta a tragedia della crisi sudanese e gli interessi internazionali che alimentano le milizie RSF. Ascolta l’episodio anche su Guerra in Sudan Introduzione Morirai in mare. La tua testa cullata dalle onde ruggenti, il tuo corpo che oscilla nell’acqua come una barca perforata. Nel pieno della giovinezza andrai, poco prima del tuo trentesimo compleanno. Andarsene presto non è una cattiva idea; ma lo è sicuramente se muori da solo, senza una donna che ti richiami nel suo abbraccio: «Lascia che ti stringa al mio petto, ho spazio a sufficienza. Lascia che lavi via lo sporco della sofferenza dalla tua anima.» Di Abdel Wahab Yousif, 2020 Questa poesia è di Abdel Wahab Yousif, poeta sudanese morto all’età di 29 anni nel Mediterraneo, mentre tentava di raggiungere l’Europa. Era il 2020 e Abdel l’aveva scritta poco prima di imbarcarsi, una premonizione del suo futuro e la sua fine. L’imbarcazione trasportava altre 44 persone. Avevano lanciato una richiesta d’aiuto, ma il loro grido è stato ignorato dalle autorità italiane e da quelle libiche. Il 2020 è apparentemente lontano rispetto alla conquista di El Fasher, avvenuta nel novembre 2025, ma anche dall’inizio della guerra stessa, nel 2023. Eppure Abdel, la sua storia, sono collegate ai fatti che hanno portato al conflitto che sta devastando il Sudan. Parte 1 – Che cosa sta succedendo in Sudan? Mettiamo insieme i fatti noti: in Sudan dal 15 aprile 2023 è in corso una guerra. Non saprei dire se “guerra civile” è il termine più adatto per descriverla. Le forze in campo sono due: le Forze armate sudanesi da una parte e, dall’altra, le RSF, ossia le Rapid Support Forces, una potente milizia paramilitare. Il conflitto ha avuto origine dalla deposizione del dittatore Al-Bashir nel 2019 a seguito della rivoluzione popolare sudanese. È scoppiato a poca distanza da quelle che avrebbero dovuto essere le prime elezioni libere dopo oltre trent’anni di dittatura, elezioni che non si sono più svolte. Una delle fasi più drammatiche del conflitto si è consumata nel Darfur a fine ottobre, quando i ribelli delle RSF hanno conquistato la città di El- Faschier dopo 18 mesi d’assedio. Nessun giornalista ha potuto documentare quanto stava accadendo. Gran parte delle informazioni arrivano da immagini satellitari e da video girati dagli stessi miliziani. Le RSF hanno ucciso migliaia di civili disarmati in attacchi a sfondo etnico. Si sono macchiati anche di altri crimini atroci, come lo stupro, la tortura e il rapimento dei civili, un modus operandi che hanno utilizzato anche in altre città cadute nelle loro mani. Le immagini satellitari catturate durante l’attacco alla città mostrano ammassi compatibili con corpi umani e vaste aree di terreno macchiate di sangue. Video analizzati dalle Nazioni Unite mostrano decine di uomini disarmati fucilati o lasciati a terra senza vita, circondati dai combattenti RSF. Altri filmati diffusi da attivisti mostrano corpi abbandonati accanto a veicoli bruciati. Lo stupro è stato utilizzato sistematicamente dalle RSF come vere e proprie armi di guerra contro donne e ragazze. Nel novembre scorso oltre 130 donne hanno scelto il suicidio collettivo pur di sottrarsi allo stupro organizzato messo in atto dalle RSF durante gli assalti a villaggi e città. Secondo i dati più recenti, oltre 24,6 milioni di persone in Sudan affrontano una grave insicurezza alimentare. Il sistema sanitario è quasi collassato: oltre l’80% degli ospedali nelle zone di conflitto non è più operativo, e un’epidemia di colera a Khartoum ha ulteriormente aumentato il numero di morti. Intanto, più di 11 milioni di persone sono sfollate all’interno del Paese e oltre 3 milioni sono fuggite nei Paesi vicini, rendendo quella sudanese la più grande crisi di sfollamento interno al mondo. Si parla ovunque di “scontro e odio etnico”, ma descriverlo in questo modo è fuorviante. Questa guerra è il risultato di un progetto di potere militare ed economico che usa l’identità etnica come arma. Yagoub: C’è stata condanna, anche dall’ONU. È un genocidio, l’hanno riconosciuto come un genocidio. C’è tutto la condanna del mondo, ma non c’è nessuna azione. E oggi in Sudan quasi 25 milioni di persone vivono nella carestia, hanno bisogno di cibo, acqua, medicinali, quasi la metà della popolazione, anche più della metà della popolazione. Yagoub Kibeida è un attivista e un professionista nel campo dei rifugiati e dei diritti umani. Si è laureato in lingua inglese in Sudan e successivamente in lingua moderna all’Università di Torino. Ha dedicato gran parte della sua carriera all’attivismo per i rifugiati, fondando a Torino l’organizzazione Mosaico – Azioni per i Rifugiati. Dal 2018 e per due mandati ha rappresentato l’area mediterranea nel Consiglio Europeo per i Rifugiati. Nel 2025 ha fondato Global Aid Connection, un’organizzazione europea con sede a Bruxelles e ramificazioni in varie città del continente, dedicata all’assistenza umanitaria degli sfollati e rifugiati sudanesi. Yagoub è arrivato in Italia nel 2005 come rifugiato politico, fuggito dal regime islamista di Al-Bashir. Yagoub: Le persone non riescono anche a sostenersi per comprare al  mercato o di vivere una vita dignitosa. C’è tanta malattia, tante persone non riescono anche a curarsi, rinunciano alla cura. Tante cercano di scappare in modo informale, di andare in Egitto o di andare in Chad o di andare in Sud-Sudan, sono arrivati fino all’Uganda. Non c’è sensibilizzazione, anche l’ambasciata italiana dice “porte chiuse per i sudanesi”. Anche se qualcuno ha il nullaosta in mano deve aspettare mesi, chiedono documentazione, chiedono tantissime cose. Negano il visto, negano anche il nullaosta in tanti casi. Quindi questo atteggiamento del governo, noi non possiamo concepire come mai con altri rifugiati è stato diverso, per i sudanesi o no. Si chiama la crisi umanitaria più grande al mondo, tutte queste condanne mondiali, ma praticamente non c’è nessuna solidarietà. Io non lo so. Questo tipo di discriminazione, tipo di non considerazione, tipo di disinteresse ai sudanesi, non lo riesco a capire. Ma posso dire che qualcosa con il colonialismo, con la razza, c’entra. Parte 2 – La rivoluzione non violenta del Sudan Chiedo a Yagoub cosa sta succedendo oggi in Sudan, ma

La crisi nella Repubblica Democratica del Congo
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La crisi nella Repubblica Democratica del Congo: saccheggio, occupazione e silenzi internazionali

Nella nuova puntata del podcast, con l’attivista John Mpaliza, raccontiamo la guerra di saccheggio nella RDC, una guerra dimenticata che alimenta i nostri smartphone e le nostre auto elettriche. Ascolta l’episodio anche su Introduzione John: Frantz Fanon diceva che l’Africa è come una pistola, ha la forma di una pistola e il grilletto si trova in Congo. Supponiamo che un popolo, dopo aver subito un genocidio, invada le terre di un altro Paese, che non c’entra nulla con quel crimine. Lo stesso popolo viene armato fino ai denti per sottomettere la gente locale, che però è proprio testarda e la propria casa non la vuole abbandonare. Nel frattempo, sullo sfondo, le potenze industrializzate, un po’ per senso di colpa nei confronti di un genocidio che non hanno fermato, e un po’ tanto per avidità, lucrano sul sangue versato. No, non stiamo parlando della Palestina. Sto parlando della Repubblica Democratica del Congo, dove, da più di trent’anni, la violenza famelica di nuove forme di colonialismo si perpetua nel silenzio dei media e della comunità internazionale. Questa storia ignorata scorre dentro le nostre vite, nei telefoni che usiamo, nei minerali che li fanno funzionare e nella comodità del consumismo che scegliamo ogni giorno. Crediamo sia lontana da noi e di non conoscerla, ma in realtà la conosciamo eccome. I nomi e i volti coinvolti saranno anche diversi, ma sono tristi dinamiche a cui siamo tutti familiari, almeno da due anni questa parte. Parte 1 – Una guerra lunga trent’anni Thérèse Kayikwamba Wagner, Ministro degli affari esteri della RDC[1]: «Accolgo con favore il fatto che il Consiglio abbia riconosciuto la responsabilità del Rwanda nella violazione della nostra sovranità e della nostra integrità territoriale, così come per la violenza attualmente in corso a Goma.Tuttavia, le parole non sono state sufficienti per porre fine alla sofferenza umana, all’aggressione e all’assalto su Goma. È ora che il Consiglio di Sicurezza agisca.» Il 27 gennaio 2025, i ribelli del gruppo M23, sostenuti dal Ruanda, hanno annunciato la conquista di Goma, capoluogo del nord Kivu, nel nord-est della Repubblica Democratica del Congo[2]. La presa della città ha provocato la morte di almeno 2.900 persone, anche se l’UNHCR avverte che il bilancio reale potrebbe essere molto più alto[3]. Questi attacchi sono una continuazione delle violenze iniziate già nel 2022, quando l’M23 è tornato ad agire nella regione, costringendo persino i contingenti delle Nazioni Unite a ritirarsi[4]. Ma forse, se dobbiamo essere totalmente onesti, questa storia inizia ancora prima, nell’epoca delle colonizzazioni, quando si scoprì l’immensa ricchezza nascosta sotto la superficie della terra del Congo. Prima di iniziare, è importante fare una precisazione.  È impossibile, nello spazio di un episodio di questo podcast, raccontare tutti i passaggi storici e politici che hanno portato all’attuale crisi. Quella che ascolterete è quindi una ricostruzione parziale, ma che cerca comunque di offrire un quadro chiaro dei principali attori coinvolti e delle conseguenze che il popolo congolese subisce da decenni. Per chi volesse approfondire, consiglio di dare un’occhiata alla lista di fonti di questo episodio che trovate nel link in descrizione. A guidarci oggi sarà l’attivista italo-congolese John Mpaliza, che ha deciso di dedicare la sua vita e il suo lavoro a diffondere conoscenza sulla situazione nel Congo. John: Diciamo che sono un cittadino italo-congolese. Insisto, congolese, perché è molto importante ricordarsi le proprie radici. Sono nato nella Repubblica Democratica del Congo. In quel momento il Congo stava abbastanza bene. Era nove anni dopo l’indipendenza, io sono del ‘69. Sono nato a Bukavu, nell’est proprio del paese. Però sono cresciuto a Kinshasa. Ho avuto un’ottima educazione, anzi, istruzione. Anche l’educazione, quella a casa l’ho avuta. E l’istruzione buona perché a Kinshasa ho studiato in un collegio gestito dai gesuiti, ed era una delle migliori scuole. Nell’88-89 ho fatto la maturità. Sono andato all’università, ingegneria politecnica. Solo che in quel momento cadeva il muro di Berlino. E quindi anche i miei guai, i nostri guai come studenti sono iniziati in quel momento là. Poi io oggi vivo in Italia dal ’92, sono ormai 33 anni. Lo dico sempre quando parlo con gli studenti, sono 33 in Italia, 23 in Africa. Quindi fate i conti per capire quanto uno si possa sentire anche parte di questo Paese che mi ha accolto. In Italia, dal ’92, è stata una vita abbastanza difficile come per ogni immigrato. Il mio viaggio non è stato un viaggio come questi viaggi che vediamo oggi. Io arrivo dall’Algeria perché… ho iniziato l’università a Kinshasa, però da subito ci siamo messi molto in difficoltà con il potere di Mobutu. Al che, in un certo momento hanno iniziato a reprimere le manifestazioni, arrestare, massacrare e io ho fatto anche un po’ di prigione. Però nulla rispetto alle vittime di questa repressione, nel ‘91. Quindi la mia famiglia mi ha fatto andare via. Io ho viaggiato da privilegiato con soldi, in aereo, poi sono finito in Algeria, dove ho fatto un anno accademico nella città di Orano, lì ho tentato di fare ingegneria elettronica e quindi poi nel ‘92 sono approdato in Italia. Sono arrivato in Italia semplicemente perché durante le vacanze estive volevo visitare l’Europa, quindi la Francia, il Belgio, Roma caput mundi… e persi l’aereo quando dovevo ripartire, ho perso l’aereo ed è così che sono rimasto in Italia perché c’era stato anche un attentato nel ‘92, che è stato un anno particolare per l’Algeria. Così sono rimasto in Italia e lo dico sempre, non è stato un momento facile, anzi è stato il momento più difficile perché comunque io arrivo in Italia all’età di 23 anni, direi quasi laureato, nel senso che sì, non avevo mai finito né in Congo né in Algeria, però avevo fatto insieme penso 3-4 anni di università, poi però in Italia scoprii da subito che non potevo studiare, che avrei dovuto fare la terza media. Allora iniziò un’altra lotta, oltre alla lotta per avere i documenti, perché avevo fatto richiesta di asilo politico. Michela: Perdonami, perché i tuoi titoli di studio non sono stati riconosciuti, giusto?

Referendum cittadinanza
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Ep.2: Cittadinanza (e Lavoro) – podcast Acquavite e Oppio

Sara, Franceska e Navneet sono italiane con origini straniere.Nel secondo episodio di Acquavite e Oppio – Podcast, spiegano le difficoltà quotidiane vissute da chi, pur facendo parte del Paese, non ha ancora la cittadinanza. Ascolta l’episodio anche su Introduzione Franceska: Sono d’accordo con te. Quando si parla di cittadinanza, dobbiamo purtroppo questa cosa alla propaganda degli ultimi anni, si parla molto del senso di sicurezza. Se ne parla per creare instabilità, paura. Invece queste storie sono storie vere, sono storie reali di persone che subiscono ingiustizie. Se io ti sto raccontando è perché vorrei che tu capissi il mio punto di vista, non per farti votare sì o no, ma semplicemente solo per creare un contatto con te. Vorrei iniziare questa puntata parlando del film di Paola Cortellesi, C’è ancora domani.Se non l’avete ancora visto, saltate i primi due minuti dell’episodio perché parlerò subito dell’argomento centrale della storia. La trama ruota attorno a un segreto, a un non detto, che la protagonista, Delia, cerca di tenere nascosto al marito violento e allo spettatore. La vediamo custodire con cura una misteriosa lettera e, più avanti, affrontare mille peripezie per raggiungere un luogo non rivelato. Tutto ci fa pensare che la vittima cerchi di scappare dal marito. E in un certo senso è così, ma la sua non è solo una fuga individuale. Delia vuole salvare anche sua figlia e le donne tutte. Solo alla fine scopriamo che il luogo dove voleva andare era il seggio, il foglietto che conservava gelosamente era la tessera elettorale e l’azione di ribellione che voleva mettere in pratica era votare. “Stringiamo le schede come biglietti d’amore”, scrisse la giornalista Anna Garofalo quando le italiane si preparavano a votare al referendum per la Repubblica. Nel 1946 la tessera elettorale assunse un significato profondo per le donne. Il voto, segreto e personale, le chiamava a pensare e decidere a partire da sé. Significava anche uscire dall’ambiente domestico dove il sistema patriarcale le aveva, e ci ha, relegate per entrare nella sfera della vita pubblica. In breve, la tessera elettorale è stato il primo riconoscimento tangibile del cambio di status delle donne da minorenni perpetue a cittadine. Fu il nostro benvenuto nella cittadinanza. Ricordo ancora il giorno in cui ho ricevuto la mia tessera elettorale. Dopo aver firmato la ricevuta, mi sono fatta una bella foto con il mio diritto di voto in mano. Riceverla così, con il postino alla porta, mi aveva sorpreso. Credevo dovessi andare io a ritirarla in Comune o qualcosa del genere. E invece è stato il diritto a venire da me e non io da lui. L’abbiamo ricevuta tutti così, ma quanti di noi se lo ricordano ancora? In fondo non ci è costato nessuno sforzo. Credo che per la maggior parte delle persone sia un fatto normale ed è giusto che oggi lo sia. Ma non è così per tutti i cittadini e non è così per tutti gli italiani. L’8 e il 9 giugno 2025 saremo chiamati a votare al referendum su cittadinanza e lavoro. In questa puntata ascolteremo le storie di tre giovani italiane che hanno dovuto lottare per ottenere, o che ancora stanno aspettando, il riconoscimento da parte dello Stato. In chiusura affronteremo anche i quesiti sul lavoro, esplorando il legame profondo tra questi due temi, e cercheremo di capire perché è importante votare. Parte 1: Tre storie di cittadinanza Sara: Allora, io sono nata a Milano nel 2002.Franceska: Io mi chiamo Franceska, ho 29 anni.Navneet: Allora, mi chiamo Navneet Kaur. Sara, Navneet e Francesca sono italiane con origini straniere. Le loro storie sono comuni a milioni di bambini, ragazzi e giovani adulti che studiano e lavorano qui, ma che vivono nella precarietà dei permessi di soggiorno e delle attese alla questura. Franceska ha 29 anni, lavora come progettista per un’azienda sanitaria e contemporaneamente sta svolgendo un master. È arrivata in Italia nei primi del 2000, durante l’esodo dall’Albania post-comunista. Franceska: Sono in Italia da quando ho circa sette – otto anni. Sono venuta da sola con mia madre e mio fratello, che era appena nato, aveva un mesetto, con le famose navi che partivano piene di gente. Quindi di notte siamo partite, così un po’ di nascosto. Abbiamo preso un taxi che ci ha portato al porto di Durazzo e lì c’era la nave che ci aspettava. L’unica cosa che mi ricordo molto nitida nella mia testa è che c’erano talmente tante persone che non c’erano posti dove mettersi nelle camere e quindi le persone stavano ammassate. Anche nel soggiorno, dove sta l’equipaggio, c’è una specie di piccolo soggiorno. Mi ricordo che io e mia madre siamo messe lì a dormire e c’era gente che dormiva anche per terra. Sara ha 23 anni ed è impegnata negli studi per la laurea magistrale. Il viaggio della sua famiglia è stato motivato dalla fede. Sara: Allora, io sono nata a Milano nel 2002 da genitori sudcoreani. I miei genitori sono venuti in Italia come missionari ormai quasi 30 anni fa. La prima città in cui si sono stanziati è stata Milano perché già c’erano altri missionari coreani con cui avevano contatti.  Poi mi sono trasferita da un paesino di Milano a un altro paesino di Milano nel 2008. Di nuovo nel 2016 mi sono trasferita a Roma. Ora, idealmente, se mi vedo nel futuro, mi piacerebbe creare uno spazio sicuro per le persone di seconda generazione. O nell’ambito delle migrazioni in generale. Non so concretamente in che ruolo, però mi piacerebbe questo. Navneet ha 27 anni, lavora per l’associazione Popoli Insieme che si occupa di migrazioni e accoglienza. La sua è una storia di migrazione lavorativa. Navneet: Io sono arrivata in Italia nel 2005, luglio 2005 per la precisione, attraverso il ricongiungimento familiare perché mio padre è emigrato in Italia all’inizio degli anni 2000. Inizialmente ha lavorato a Roma, solita raccolta pomodori, zucchine eccetera nei campi.Poi si è spostato un po’ per caso, un po’ per conoscenze qui in Veneto e si è stabilizzato definitivamente qua. Nel 2005 l’abbiamo raggiunto io,

Palestina podcast
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Ep.1: Palestina – podcast Acquavite e Oppio

Il primo episodio di Acquavite e Oppio, podcast dedicato ai colonialismi, non poteva che partire dalla Palestina. Qui, razza, terra e profitto si intrecciano con la stessa brutalità delle guerre di conquista di duecento anni fa. Un’anomalia che si consuma in diretta sui nostri schermi, fuori dal tempo, fuori dalla storia.  In questa puntata parliamo del genocidio, di diritti calpestati e di tregue non rispettate. Lo facciamo insieme a Khalid, ragazzo palestinese che vive in Italia da più di dieci anni e che ha voluto condividere con noi la sua storia.      Ascolta l’episodio anche su Introduzione     Ve lo ricordate come eravate a 19 anni? La sensazione provata dopo la fine della maturità? Io non vedevo l’ora di abbandonare finalmente il paesino dove sono cresciuta e spostarmi in città.Oh, che cosa pazzesca è stato il primo anno di università. E pazzesca era la sensazione di essere finalmente libera e di poter realizzare tutto quello che volevo. Credo si sentisse così anche Shaban[1], prima del 7 ottobre 2023. Shaban: Salve dalla tenda dove viviamo. Sono Shaban Ahmed, 19 anni. Sono uno studente, studio ingegneria informatica. In questa guerra della fame, siamo stati sfollati cinque volte. Ora siamo all’ospedale di Al-Aqsa al centro di Gaza, Deir el-Balah. Mi sto prendendo cura della mia famiglia poiché sono il figlio maggiore… Shaban era uno studente di ingegneria informatica, un secchione di prima categoria, che sapeva a memoria il Corano e che continuava a studiare dal suo laptop anche sotto le bombe[1]. Lottava per proteggere la sua famiglia, composta dai genitori e altri quattro fratelli, dalla distruzione di Gaza da parte di Israele. Condivideva regolarmente video sui social che raccontavano la situazione disperata in cui vivevano e sperava di raccogliere abbastanza donazioni per fuggire in Egitto.“Non c’è posto sicuro a Gaza”, diceva in uno dei video che aveva condiviso. Il 14 ottobre 2024 Israele ha bombardato un ospedale di fortuna, un accampamento a Deir el-Balah. Delle atroci riprese dell’accaduto, un filmato spicca su tutti. Sotto una tenda in fiamme, su una brandina ospedaliera, una persona con una flebo per braccio si divincola fra le fiamme, che avvolgono completamente il suo letto fino al cuscino. In un disperato tentativo di salvarsi, le sue braccia si protendono verso l’alto, lottando inutilmente contro l’inferno che le circonda.  Shaban al-Dalou è morto bruciato vivo sotto gli occhi di tutto il mondo. Aveva 19 anni. Nello stesso modo sono morti due fratelli e la madre, che era seduta vicino al suo letto. Lui è un altro delle decine di migliaia di palestinesi massacrati nell’ultimo anno da Israele. È difficile trovare le parole per descrivere le atrocità a cui stiamo assistendo, il silenzio, l’indifferenza che le accompagna. Ma ci proveremo lo stesso. Parte 1. L’occupazione militare in Palestina    Khalid: Alla fine cosa voglio nella vita? Perché sono qua? Non perché voglio sostenere nessun tipo di terrorismo, nessun tipo di violenza. Io voglio la giustizia per il popolo palestinese e per tutta l’umanità. Chi parla è Khalid, un ragazzo palestinese che vive in Italia da più di dieci anni. Nato e cresciuto a Betlemme, ha studiato a Perugia e adesso lavora come ricercatore. Khalid è anche un attivista e un musicista che in molti modi racconta della sua terra e della sua gente. La storia della Palestina meriterebbe una stagione tutta per sé. Noi qui ci limiteremo a parlare di alcuni aspetti della situazione attuale e soprattutto, grazie alle parole di Khalid, cercheremo di capire com’è vivere sotto l’occupazione israeliana. Khalid: Non è stato ovviamente facile crescere in Palestina. Ho vissuto momenti molto difficili perché ho vissuto la guerra. Mi ricordo che nel 2000 dovevamo fare una gita scolastica, quando avevo otto anni. Ero molto motivato e curioso di andare insieme con la classe a Gerusalemme. Quindi volevamo prendere un pullman da Betlemme a Gerusalemme. E mi ricordo che il giorno dello scoppio dell’intifada, della Seconda intifada del 2000, era proprio lo stesso giorno. Mi sono svegliato quella mattina e ho visto questa scena di miei genitori guardando la tv con tanta rabbia, tanta paura. E proprio era quel giorno, lì la mia vita è cambiata, perché proprio lì ho cominciato a vivere la guerra, da bambino.  In Palestina si riversa tutta la barbarie che credevamo di aver sepolto dopo la Seconda guerra mondiale. Sentiamo discorsi sulla conquista, sulla terra da strappare, sulla prospettiva di arricchimento a danno di interi popoli. Il colonialismo non è scomparso e accade anche in altre zone del mondo, ma con metodi diversi, più adatti alle nuove logiche del capitalismo globale. No, non in Palestina. Qui razza, terra e profitto si intrecciano con la stessa brutalità delle guerre di conquista di 200 anni fa. Un’anomalia che si consuma in diretta sui nostri schermi, fuori dal tempo, fuori dalla storia. Khalid: E quindi dal 2000 fino al 2004 ho vissuto momenti molto difficili, non andavo a scuola, tanti coprifuoco. Ogni tanto c’erano delle invasioni, l’esercito israeliano entrava con i carri armati ad occupare, invadere le città della Cisgiordania. E una volta per 40 giorni non sono andato a scuola, 40 giorni di coprifuoco.  Mi ricordo che c’erano poche ore durante il giorno dove la gente poteva uscire. Sono stati 4 anni molto difficili: c’erano scontri, scappavamo a casa, non potevamo uscire, proiettili che passavano davanti a casa, morte, sangue. Poi dal 2005, quando è morto Yasser Arafat ed è arrivato Abū Māzen, c’era speranza per qualche tranquillità, speranza di state building. Poi per la Palestina è arrivato il riconoscimento come Stato osservante all’ONU, nel 2013, e questo dava qualche speranza ma abbiamo visto che le cose non sono andate bene a livello diplomatico. Comunque a livello diplomatico i palestinesi vogliono il dialogo, invece gli israeliani lo rifiutano perché non è nell’interesse loro. Vogliono sempre occupare più terre, rubare più terre, costruire sempre più insediamenti in Cisgiordania. Quindi questo è il loro obiettivo. Parte 2. Diritto internazionale e autodeterminazione dei popoli  Intervistatore: Voglio chiederti se hai un documento scritto dal governo con l’intenzione chiara di commettere il genocidio? Francesca Albanese: Pensi che

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