Guerra in Sudan: la storia di una rivoluzione violata
Intervista all’esperto Yagoub Kibeida, che ci racconta a tragedia della crisi sudanese e gli interessi internazionali che alimentano le milizie RSF. Ascolta l’episodio anche su Guerra in Sudan Introduzione Morirai in mare. La tua testa cullata dalle onde ruggenti, il tuo corpo che oscilla nell’acqua come una barca perforata. Nel pieno della giovinezza andrai, poco prima del tuo trentesimo compleanno. Andarsene presto non è una cattiva idea; ma lo è sicuramente se muori da solo, senza una donna che ti richiami nel suo abbraccio: «Lascia che ti stringa al mio petto, ho spazio a sufficienza. Lascia che lavi via lo sporco della sofferenza dalla tua anima.» Di Abdel Wahab Yousif, 2020 Questa poesia è di Abdel Wahab Yousif, poeta sudanese morto all’età di 29 anni nel Mediterraneo, mentre tentava di raggiungere l’Europa. Era il 2020 e Abdel l’aveva scritta poco prima di imbarcarsi, una premonizione del suo futuro e la sua fine. L’imbarcazione trasportava altre 44 persone. Avevano lanciato una richiesta d’aiuto, ma il loro grido è stato ignorato dalle autorità italiane e da quelle libiche. Il 2020 è apparentemente lontano rispetto alla conquista di El Fasher, avvenuta nel novembre 2025, ma anche dall’inizio della guerra stessa, nel 2023. Eppure Abdel, la sua storia, sono collegate ai fatti che hanno portato al conflitto che sta devastando il Sudan. Parte 1 – Che cosa sta succedendo in Sudan? Mettiamo insieme i fatti noti: in Sudan dal 15 aprile 2023 è in corso una guerra. Non saprei dire se “guerra civile” è il termine più adatto per descriverla. Le forze in campo sono due: le Forze armate sudanesi da una parte e, dall’altra, le RSF, ossia le Rapid Support Forces, una potente milizia paramilitare. Il conflitto ha avuto origine dalla deposizione del dittatore Al-Bashir nel 2019 a seguito della rivoluzione popolare sudanese. È scoppiato a poca distanza da quelle che avrebbero dovuto essere le prime elezioni libere dopo oltre trent’anni di dittatura, elezioni che non si sono più svolte. Una delle fasi più drammatiche del conflitto si è consumata nel Darfur a fine ottobre, quando i ribelli delle RSF hanno conquistato la città di El- Faschier dopo 18 mesi d’assedio. Nessun giornalista ha potuto documentare quanto stava accadendo. Gran parte delle informazioni arrivano da immagini satellitari e da video girati dagli stessi miliziani. Le RSF hanno ucciso migliaia di civili disarmati in attacchi a sfondo etnico. Si sono macchiati anche di altri crimini atroci, come lo stupro, la tortura e il rapimento dei civili, un modus operandi che hanno utilizzato anche in altre città cadute nelle loro mani. Le immagini satellitari catturate durante l’attacco alla città mostrano ammassi compatibili con corpi umani e vaste aree di terreno macchiate di sangue. Video analizzati dalle Nazioni Unite mostrano decine di uomini disarmati fucilati o lasciati a terra senza vita, circondati dai combattenti RSF. Altri filmati diffusi da attivisti mostrano corpi abbandonati accanto a veicoli bruciati. Lo stupro è stato utilizzato sistematicamente dalle RSF come vere e proprie armi di guerra contro donne e ragazze. Nel novembre scorso oltre 130 donne hanno scelto il suicidio collettivo pur di sottrarsi allo stupro organizzato messo in atto dalle RSF durante gli assalti a villaggi e città. Secondo i dati più recenti, oltre 24,6 milioni di persone in Sudan affrontano una grave insicurezza alimentare. Il sistema sanitario è quasi collassato: oltre l’80% degli ospedali nelle zone di conflitto non è più operativo, e un’epidemia di colera a Khartoum ha ulteriormente aumentato il numero di morti. Intanto, più di 11 milioni di persone sono sfollate all’interno del Paese e oltre 3 milioni sono fuggite nei Paesi vicini, rendendo quella sudanese la più grande crisi di sfollamento interno al mondo. Si parla ovunque di “scontro e odio etnico”, ma descriverlo in questo modo è fuorviante. Questa guerra è il risultato di un progetto di potere militare ed economico che usa l’identità etnica come arma. Yagoub: C’è stata condanna, anche dall’ONU. È un genocidio, l’hanno riconosciuto come un genocidio. C’è tutto la condanna del mondo, ma non c’è nessuna azione. E oggi in Sudan quasi 25 milioni di persone vivono nella carestia, hanno bisogno di cibo, acqua, medicinali, quasi la metà della popolazione, anche più della metà della popolazione. Yagoub Kibeida è un attivista e un professionista nel campo dei rifugiati e dei diritti umani. Si è laureato in lingua inglese in Sudan e successivamente in lingua moderna all’Università di Torino. Ha dedicato gran parte della sua carriera all’attivismo per i rifugiati, fondando a Torino l’organizzazione Mosaico – Azioni per i Rifugiati. Dal 2018 e per due mandati ha rappresentato l’area mediterranea nel Consiglio Europeo per i Rifugiati. Nel 2025 ha fondato Global Aid Connection, un’organizzazione europea con sede a Bruxelles e ramificazioni in varie città del continente, dedicata all’assistenza umanitaria degli sfollati e rifugiati sudanesi. Yagoub è arrivato in Italia nel 2005 come rifugiato politico, fuggito dal regime islamista di Al-Bashir. Yagoub: Le persone non riescono anche a sostenersi per comprare al mercato o di vivere una vita dignitosa. C’è tanta malattia, tante persone non riescono anche a curarsi, rinunciano alla cura. Tante cercano di scappare in modo informale, di andare in Egitto o di andare in Chad o di andare in Sud-Sudan, sono arrivati fino all’Uganda. Non c’è sensibilizzazione, anche l’ambasciata italiana dice “porte chiuse per i sudanesi”. Anche se qualcuno ha il nullaosta in mano deve aspettare mesi, chiedono documentazione, chiedono tantissime cose. Negano il visto, negano anche il nullaosta in tanti casi. Quindi questo atteggiamento del governo, noi non possiamo concepire come mai con altri rifugiati è stato diverso, per i sudanesi o no. Si chiama la crisi umanitaria più grande al mondo, tutte queste condanne mondiali, ma praticamente non c’è nessuna solidarietà. Io non lo so. Questo tipo di discriminazione, tipo di non considerazione, tipo di disinteresse ai sudanesi, non lo riesco a capire. Ma posso dire che qualcosa con il colonialismo, con la razza, c’entra. Parte 2 – La rivoluzione non violenta del Sudan Chiedo a Yagoub cosa sta succedendo oggi in Sudan, ma



