Il primo episodio di Acquavite e Oppio, podcast dedicato ai colonialismi, non poteva che partire dalla Palestina. Qui, razza, terra e profitto si intrecciano con la stessa brutalità delle guerre di conquista di duecento anni fa. Un’anomalia che si consuma in diretta sui nostri schermi, fuori dal tempo, fuori dalla storia.
In questa puntata parliamo del genocidio, di diritti calpestati e di tregue non rispettate. Lo facciamo insieme a Khalid, ragazzo palestinese che vive in Italia da più di dieci anni e che ha voluto condividere con noi la sua storia.

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Introduzione
Ve lo ricordate come eravate a 19 anni? La sensazione provata dopo la fine della maturità? Io non vedevo l’ora di abbandonare finalmente il paesino dove sono cresciuta e spostarmi in città.
Oh, che cosa pazzesca è stato il primo anno di università. E pazzesca era la sensazione di essere finalmente libera e di poter realizzare tutto quello che volevo. Credo si sentisse così anche Shaban[1], prima del 7 ottobre 2023.

Shaban: Salve dalla tenda dove viviamo. Sono Shaban Ahmed, 19 anni. Sono uno studente, studio ingegneria informatica. In questa guerra della fame, siamo stati sfollati cinque volte. Ora siamo all’ospedale di Al-Aqsa al centro di Gaza, Deir el-Balah. Mi sto prendendo cura della mia famiglia poiché sono il figlio maggiore…
Shaban era uno studente di ingegneria informatica, un secchione di prima categoria, che sapeva a memoria il Corano e che continuava a studiare dal suo laptop anche sotto le bombe[1]. Lottava per proteggere la sua famiglia, composta dai genitori e altri quattro fratelli, dalla distruzione di Gaza da parte di Israele.
Condivideva regolarmente video sui social che raccontavano la situazione disperata in cui vivevano e sperava di raccogliere abbastanza donazioni per fuggire in Egitto.
“Non c’è posto sicuro a Gaza”, diceva in uno dei video che aveva condiviso.
Il 14 ottobre 2024 Israele ha bombardato un ospedale di fortuna, un accampamento a Deir el-Balah. Delle atroci riprese dell’accaduto, un filmato spicca su tutti. Sotto una tenda in fiamme, su una brandina ospedaliera, una persona con una flebo per braccio si divincola fra le fiamme, che avvolgono completamente il suo letto fino al cuscino.
In un disperato tentativo di salvarsi, le sue braccia si protendono verso l’alto, lottando inutilmente contro l’inferno che le circonda.
Shaban al-Dalou è morto bruciato vivo sotto gli occhi di tutto il mondo. Aveva 19 anni. Nello stesso modo sono morti due fratelli e la madre, che era seduta vicino al suo letto. Lui è un altro delle decine di migliaia di palestinesi massacrati nell’ultimo anno da Israele.
È difficile trovare le parole per descrivere le atrocità a cui stiamo assistendo, il silenzio, l’indifferenza che le accompagna. Ma ci proveremo lo stesso.

Parte 1. L’occupazione militare in Palestina
Khalid: Alla fine cosa voglio nella vita? Perché sono qua? Non perché voglio sostenere nessun tipo di terrorismo, nessun tipo di violenza. Io voglio la giustizia per il popolo palestinese e per tutta l’umanità.
Chi parla è Khalid, un ragazzo palestinese che vive in Italia da più di dieci anni. Nato e cresciuto a Betlemme, ha studiato a Perugia e adesso lavora come ricercatore. Khalid è anche un attivista e un musicista che in molti modi racconta della sua terra e della sua gente.
La storia della Palestina meriterebbe una stagione tutta per sé. Noi qui ci limiteremo a parlare di alcuni aspetti della situazione attuale e soprattutto, grazie alle parole di Khalid, cercheremo di capire com’è vivere sotto l’occupazione israeliana.
Khalid: Non è stato ovviamente facile crescere in Palestina. Ho vissuto momenti molto difficili perché ho vissuto la guerra. Mi ricordo che nel 2000 dovevamo fare una gita scolastica, quando avevo otto anni. Ero molto motivato e curioso di andare insieme con la classe a Gerusalemme. Quindi volevamo prendere un pullman da Betlemme a Gerusalemme.
E mi ricordo che il giorno dello scoppio dell’intifada, della Seconda intifada del 2000, era proprio lo stesso giorno. Mi sono svegliato quella mattina e ho visto questa scena di miei genitori guardando la tv con tanta rabbia, tanta paura. E proprio era quel giorno, lì la mia vita è cambiata, perché proprio lì ho cominciato a vivere la guerra, da bambino.
In Palestina si riversa tutta la barbarie che credevamo di aver sepolto dopo la Seconda guerra mondiale. Sentiamo discorsi sulla conquista, sulla terra da strappare, sulla prospettiva di arricchimento a danno di interi popoli. Il colonialismo non è scomparso e accade anche in altre zone del mondo, ma con metodi diversi, più adatti alle nuove logiche del capitalismo globale.
No, non in Palestina. Qui razza, terra e profitto si intrecciano con la stessa brutalità delle guerre di conquista di 200 anni fa. Un’anomalia che si consuma in diretta sui nostri schermi, fuori dal tempo, fuori dalla storia.
Khalid: E quindi dal 2000 fino al 2004 ho vissuto momenti molto difficili, non andavo a scuola, tanti coprifuoco. Ogni tanto c’erano delle invasioni, l’esercito israeliano entrava con i carri armati ad occupare, invadere le città della Cisgiordania. E una volta per 40 giorni non sono andato a scuola, 40 giorni di coprifuoco.
Mi ricordo che c’erano poche ore durante il giorno dove la gente poteva uscire. Sono stati 4 anni molto difficili: c’erano scontri, scappavamo a casa, non potevamo uscire, proiettili che passavano davanti a casa, morte, sangue.
Poi dal 2005, quando è morto Yasser Arafat ed è arrivato Abū Māzen, c’era speranza per qualche tranquillità, speranza di state building.
Poi per la Palestina è arrivato il riconoscimento come Stato osservante all’ONU, nel 2013, e questo dava qualche speranza ma abbiamo visto che le cose non sono andate bene a livello diplomatico.
Comunque a livello diplomatico i palestinesi vogliono il dialogo, invece gli israeliani lo rifiutano perché non è nell’interesse loro. Vogliono sempre occupare più terre, rubare più terre, costruire sempre più insediamenti in Cisgiordania. Quindi questo è il loro obiettivo.

Parte 2. Diritto internazionale e autodeterminazione dei popoli
Intervistatore: Voglio chiederti se hai un documento scritto dal governo con l’intenzione chiara di commettere il genocidio?
Francesca Albanese: Pensi che in Rwanda e in Bosnia ed Erzegovina gli ufficiali del governo abbiano scritto un documento con “vogliono commettere un genocidio”? Hai mai visto qualcosa di simile? Ti rispondo: no, non funziona così…[2]
Quella che state ascoltando è la relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi, Francesca Albanese. In qualità di esperto legale, Albanese insiste sul concetto di diritto internazionale e la sua violazione nell’ambito dell’occupazione israeliana in Palestina. In un passaggio del suo libro J’Accuse[3], scritto insieme al giornalista Christian Elia, Albanese dichiara senza mezzi termini:
“L’occupazione israeliana è illegale perché ha dimostrato di non essere temporanea, è amministrata deliberatamente contro gli interessi della popolazione occupata e ha portato all’annessione del territorio occupato […].
La sua illegalità deriva anche dalla violazione sistematica di almeno tre norme perentorie del diritto internazionale. Il divieto di acquisizione del territorio attraverso l’uso della forza. Il divieto di imporre regimi di soggiogamento, dominio e sfruttamento, compresi la discriminazione razziale e l’apartheid.
L’obbligo degli stati di rispettare il diritto dei popoli all’autodeterminazione”.
Già, il diritto dei popoli all’autodeterminazione. Questo è sempre stato negato ai palestinesi: senza Stato, senza indipendenza economica, senza libertà di movimento e senza nessun tipo di libertà politica.
Khalid: Nessuno qua parla del numero di prigionieri palestinesi in Israele. I prigionieri politici, come li chiamano, sono circa 10.000. Poi ci sono i prigionieri cosiddetti amministrativi, senza un’accusa chiara. Sono circa 3.300.
Poi, nessuno parla di prigionieri bambini. I minori, sì. Ci sono prigionieri minori che sono, secondo il Prisoner Support and Human Rights Association, 320. Nessuno parla di questi. Perché? Mi chiedo, perché? Perché si parla di ostaggi israeliani, che comunque hanno il diritto di vivere, senza dubbio. Ma perché nessuno parla dei palestinesi? Non meritano di vivere? Non hanno il diritto di vivere?
Gli israeliani non vogliono cambiare la situazione. Devono ammettere che Israele è un progetto coloniale e Israele adesso fa la vittima di un contesto che ha creato essa stessa. Questo non tutti lo capiscono. Israele adesso fa la vittima di un contesto, di una situazione che ha creato.
E nessuno parla delle restrizioni di movimento, che sono sempre in crescita. Dopo il 7 ottobre, le forze dell’occupazione israeliana hanno aumentato i checkpoint. Alcune statistiche parlano di 86 nuovi checkpoint che si aggiungono ai 793 di checkpoint[4] o altri tipi di restrizioni di movimento in Cisgiordania.
Quindi praticamente nessuno sa che i palestinesi per muoversi da una città all’altra devono passare per checkpoint, vengono umiliati. Cioè, non è una vita… la Cisgiordania, come viene descritta da molti palestinesi, è un prigione grande.
Muri, checkpoint, confische, demolizioni, sfollamento, deportazione forzata, rapimenti di bambini e famigliari attraverso arresti di massa. Queste sono solo alcune delle parole per descrivere lo stato di apartheid che definisce, limita e soffoca la vita dei palestinesi nei territori occupati.
Khalid: Il futuro della Cisgiordania è molto preoccupante[5]. E per Gaza… non posso tollerare che dopo un genocidio del genere nessuno ne parla più, come se fosse nulla. Perché se noi tolleriamo, se dimentichiamo, vuol dire che ci sarà di nuovo un altro genocidio.
Quindi bisogna sempre parlare e non tollerare, è proprio quello che è successo. Israele deve pagare il prezzo perché devono capire che anche la vita umana dei palestinesi è importante come quella degli israeliani.

Parte 3. Apartheid democratica?
Leggiamo ancora dal J’Accuse di Albanese:
“Nel mio lavoro sul campo ho incontrato tanti bambini palestinesi. Molti di loro rimuginano, oh se solo sapessero, in riferimento alle capitali del mondo occidentale, simbolo di libertà nel loro immaginario. Per il mio ultimo rapporto dedicato ai bambini, come promesso loro, ho cercato di trasmettere i loro appelli con onestà ed efficacia.
Ho cercato di raccontare l’occupazione attraverso i loro occhi, come loro stessi in tanti modi l’hanno raccontata a me. Per molti l’occupazione coloniale israeliana si manifesta in una miriade di tragedie quotidiane.
È la lotta dei loro genitori, che dopo lunghe battaglie legali per recuperare le terre confiscate, devono vederle coltivate da coloni provenienti dalla cosmopolita Parigi o da New York.
È un nonno, che desidera riunirsi ai suoi ulivi, seduto dietro a un imponente muro di otto metri costruito per proteggere gli israeliani dai palestinesi.
È lo strazio dei loro genitori, che demoliscono da soli una casa appena finita, o magari ancora in costruzione, incapaci di ottenere i permessi dall’esercito israeliano, e di cui l’unica eredità sarà il mutuo da pagare.
È la loro scuola, a cui sono stati negati i permessi di costruzione, perennemente a rischio di distruzione. Sono le loro aule vuote, un tempo piene di studenti impazienti, che ora riposano nei cimiteri.
È il loro fratello maggiore, acclamato come martire nel campo, ma etichettato come terrorista dai soldati, che poi arrivano a demolire la loro casa di famiglia per punire tutti del crimine di una sola persona.
Ma è anche qualsiasi israeliano, in uniforme o in borghese, che spesso risiede su terre strappate ai palestinesi, godendo di una vita con acqua in abbondanza, spaziose residenze a più piani, strade larghe, centri commerciali incontaminati, servizi e parchi giochi. Il tutto in netto contrasto con le condizioni di vita loro, in quanto palestinesi.
Le sfide quotidiane che un bambino palestinese deve affrontare sotto l’occupazione, in una complessa rete di difficoltà e ingiustizie, possono sembrare insormontabili e sono profondamente traumatiche. Soprattutto nel contrasto inquietante con i vicini privilegiati, che li hanno espropriati e che non perdono occasione per abusare di loro e umiliarli”.
Khalid: Ci sono oggi circa 700.000 coloni israeliani in Cisgiordania e Gerusalemme Est. Gli insediamenti sono circa 150. Gli insediamenti sono grandi, quando si parla di un insediamento israeliano, si parla di una città. Questo numero di coloni è sempre in crescita. La violazione dei diritti umani esiste, e bisogna dire queste cose.
È curioso che uno Stato che pratica l’apartheid razziale venga definito democratico.
Khalid: La cosa che mi fa riflettere tanto e mi fa sentire male è la chiara parzialità dei media occidentali. La narrativa è sistematicamente parziale, con l’intenzione chiara di nascondere la verità, per servire agli interessi americani soprattutto e interessi israeliani.
Più vai a leggere, a scoprire cosa c’è dietro a questo rapporto forte, intimo, tra Stati Uniti e Israele, e più scopri l’importanza di Israele per gli interessi economici americani.
Oggi anche l’intelligenza artificiale, Microsoft[6], tutti collaborano economicamente con l’esercito israeliano; quindi, tutti sono complici nel genocidio di Gaza. Perché ovviamente il guadagno è quello di migliorare l’efficienza militare. Cioè Israele ha interesse a migliorare la sua efficienza militare e fa bene ovviamente alla Silicon Valley. Microsoft, Amazon, Google, tutti investono.
Tra ottobre 2023 e giugno 2024 il ministero della difesa israeliano ha speso quasi 10 milioni di dollari per acquistare 19.000 ore di supporto ingegneristico di Microsoft.
E quindi 10 milioni di dollari.
Ma questi sono sporchi con il sangue di civili, di bambini, di donne palestinesi, soprattutto a Gaza.
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Questo vale anche per l’Italia. Il nostro paese ha dichiarato il suo sostegno a Israele e lo ha rifornito di armi durante l’assalto alla striscia di Gaza[7]. Per non parlare di come Eni abbia ottenuto un mandato esplorativo delle acque di Gaza[8], mandato concesso illegalmente da Israele dato che quelle acque, come il resto del territorio palestinese, non gli appartengono.
I media italiani hanno omesso, “sanitarizzato”, e sminuito la gravità del genocidio, diffuso falsità sui crimini compiuti da Hamas il 7 ottobre 2023, amplificato la propaganda del governo israeliano senza nessuna verifica dei fatti.
I giornali occidentali inquadrano qualsiasi critica ad Israele come antisemitismo, etichetta attribuita anche a qualsiasi istanza, azione o intenzione palestinese, confondendo volutamente nell’odio antisemita la lotta per la terra, per la casa, per l’acqua.
Vorrei rubare un’ultima volta una citazione ad Albanese, a proposito della narrazione adottata dalla politica e dai media occidentali: “È una manipolazione della coscienza, uno degli strumenti dell’egemonia culturale di cui parlavano Antonio Gramsci e Edward Said. È un elemento strutturale dei processi di dominio”.

Parte 4. Formaldeide
La gioia dopo l’annuncio del cessate il fuoco[9] è stata grande, liberatrice e commovente, ma è durata poco.
Khalid: Subito dopo l’annuncio del cessate il fuoco hanno bombardato e hanno ucciso altri palestinesi, decine di palestinesi a Gaza. La situazione… c’è escalation chiaro in Cisgiordania, adesso Jenin e Tulkarem sono le città più impattate, dove entrano i soldati, provocano la gente, uccidono, arrestano.
Ho tanto da dire per quello che è successo a Gaza. Provo un dolore molto, molto, molto profondo. Dal 7 ottobre quasi non dormo le notte, non sono tranquillo.
Tornando al cessate il fuoco, è una parola a cui non credo più, perché non puoi credere a un nemico che non vuole il bene di chi occupa. C’è un squilibrio di potere, come è stato sempre. È difficile credere a chi ha più potere, perché chi ha più potere fa quello che vuole. E questo si è dimostrato in tutti questi anni.
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A seguito del cessate il fuoco, infatti, le violenze in Cisgiordania da parte dei coloni e delle autorità israeliane è aumentata significativamente. Nel libro Chi sono i padroni del mondo, Noam Chomsky dedica un intero capitolo alle continue violazioni del cessato fuoco da parte di Israele[10].
Chomsky riporta quella del gennaio 2006, quando Israele impone la chiusura di Gaza, ma questo si ripete ancora nel 2008, nel 2012 e nel 2014. Israele ripetutamente attacca i territori palestinesi con operazioni militari diverse.
L’operazione Piombo fuso, oppure Pilastro di difesa o ancora Margine di protezione. Chomsky sottolinea come questo schema sia la norma ed ha anche un nome. Israele lo chiama “falciatura del prato” e prevede la violazione dei cessate il fuoco per provocare una reazione da parte di Hamas.
Esattamente ciò che sta accadendo mentre registro.
A causa della violazione del cessate il fuoco da parte di Israele, Hamas ha dichiarato che non libererà gli ostaggi israeliani ancora in suo possesso. Trump ha prontamente risposto che se non vengono liberati tutti gli ostaggi entro sabato 15 febbraio, lascerà che a Gaza si scateni l’inferno[11].
Non so se questo cessate il fuoco sarà come gli altri, ma possiamo capire qual è l’uso politico che Israele ne ha fatto in passato. Un utilizzo che si può esprimere in una parola: formaldeide[12].
Nel 2004 il giornale Haaretz pubblica un’intervista a Dov Weissglas, consigliere dell’allora primo ministro israeliano Ariel Sharon. In questa intervista Weissglas dichiara: “Il disimpegno è in realtà formaldeide. Ci garantisce la quantità di formaldeide necessaria per paralizzare il processo politico con i palestinesi”.
La formaldeide è una sostanza chimica che si usa come conservante. È spesso impiegata per preservare campioni biologici.
Weissglas la usa come metafora per spiegare la strategia e il calcolo dietro alla sospensione delle ostilità, che non punta mai a risolvere il conflitto, ma a congelarlo, per salvaguardare gli interessi di Israele.
Khalid: La pace per me è quando è una pace vera e propria nel senso che è una pace che non viene costruita a scapito dell’altro. A parte che non è un conflitto dove bisogna trovare pace, è questione di un sistematico genocidio israeliano contro i palestinesi. Come possiamo pensare alla pace in questo contesto se Israele non ha l’intenzione di trovare pace, di convivere con i palestinesi?
Israele è un’entità frutto del progetto sionista, nato nei tempi del nazionalismo europeo, frutto dell’imperialismo. È un’entità che non doveva nemmeno esistere in quella terra. Ma comunque il palestinese è più disposto a fare pace nonostante tutto, mentre l’israeliano non riesce a dialogare, perché non vuole.
E quindi come possiamo parlare di pace in questo contesto? Non è molto realistica la cosa.
La soluzione, al posto di pace, è: gli israeliani prima di tutto devono finire l’occupazione dei territori palestinesi; devono riconoscere che hanno commesso non solo un genocidio, ma genocidi, e riconoscere che la vita dei palestinesi è importante.
Capire che magari sì, con la collaborazione, con la cooperazione, qualcosa di meglio potrebbe uscire, che serva a entrambi i popoli.
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Ci sono alcune questioni che non sono riuscita ad approfondire in questo primo episodio, già molto denso di argomenti. Devo però menzionare che tra i crimini del genocidio a Gaza c’è anche la persecuzione del personale medico. Secondo Medici Senza Frontiere, dal mese di ottobre 2023, il sistema sanitario della striscia di Gaza è stato smantellato sistematicamente da violenti e continui bombardamenti e interventi armati[14].
Dei 36 ospedali presenti a Gaza, solo 17 erano parzialmente operativi all’inizio di dicembre. Oltre 1000 operatori sanitari sono stati uccisi. Ad oggi Israele non ha ancora fornito prove dell’effettivo utilizzo delle strutture sanitarie come basi operative da parte di Hamas.
Piuttosto la distruzione degli ospedali, l’uccisione e l’arresto di personale sanitario sono solo una disumana e cinica modalità di punire collettivamente gli abitanti di Gaza per i crimini del 7 ottobre 2023 e per punire la solidarietà.
Ricordiamo il rapimento del dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan arrestato arbitrariamente insieme ad oltre 200 membri dello staff ospedaliero. Citiamo anche la persecuzione dei giornalisti a Gaza. Almeno 169 sono stati uccisi e 75 arrestati. Alcuni hanno perso i familiari sotto le bombe[15].
A tutti loro noi siamo debitori per aver impedito che la morte di decine di migliaia di bambini, donne e uomini passasse sotto silenzio e per aver difeso il nostro diritto all’informazione.

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Conclusioni
Khalid: Magari hai sentito del libro famoso di Samuel Huntington che parla di “Clash of Civilizations”. Edward Said, il mio autore preferito, palestinese-americano, era contrario a questa idea, non credeva a quello che pensava Huntington su questo “Clash of Civilizations”, lo scontro tra le culture.
Però a quanto pare io comincio a pensare che forse l’unico errore che ha fatto Edward Said è quello. Forse Huntington ha ragione, mi viene da pensare, forse sbaglio, forse sono scemo. Forse sto sbagliando tutto, ma vedo che la differenza culturale, il conflitto culturale è sempre più evidente con il tempo, tra l’Occidente e l’Oriente. Said non sarebbe felice di ascoltare questo, ma io vedo che sta sempre peggiorando questa cosa.
C’è sempre meno dialogo, meno comprensione, meno voglia di ascoltare l’altro.
Non hanno l’intenzione vera, è come se gli americani, occidentali, israeliani non hanno l’intenzione di dialogare con il mondo arabo, con il mondo musulmano o con i palestinesi. Sono due mondi totalmente diversi.
Diversi perché è stato fatto diverso. Cioè la diversità è stata creata dall’Occidentale, dal mio punto di vista.
E non c’erano differenze nel passato, ma queste differenze sono state create dall’Occidente per comunque continuare a colonizzare, a creare interessi economici nel Medio Oriente.
Doveva esserci meno diversità. Sono due sistemi di valore diversi e vedo che è sempre più evidente. È difficile il dialogo, è difficile il dialogo vero e proprio.
Perché ci vuole tanto sacrificio per capire l’altro. L’immagine dell’arabo o del musulmano è molto offuscata. Ci sono tanti stereotipi, ci sono delle immagini non vere che sono nella testa degli occidentali. E questo per colpa dei media, è colpa dei media in primo luogo.
Rompere queste immagini non è facile. Cambiare mentalità non è facile, per il dialogo ci vuole tanto sacrificio.
La nostra quotidianità non è stata intaccata dalla distruzione di Gaza. Abbiamo continuato a lavorare, a prendere treni e aerei e a programmare le vacanze.
Ma per ogni morto palestinese abbiamo perso un pezzettino delle nostre libertà. La filosofa e rivoluzionaria tedesca Rosa Luxemburg sosteneva che le nazioni erano giunte alla Prima guerra mondiale a causa delle contraddizioni intrinseche al sistema capitalistico[13].
Un sistema che, per sopravvivere, deve espandersi costantemente in nuovi mercati e territori, ricorrendo inevitabilmente a pratiche imperialiste e militariste. La storia non si ripete mai uguale a sé stessa, ma c’è qualcosa di vero e simile a quanto descritto da Luxemburg in ciò che ci sta accadendo.
È interessante e preoccupante come le democrazie occidentali stiano virando verso l’autoritarismo, il nazionalismo e verso il riarmo a seguito di una crisi economica che ha acuito le disuguaglianze e di due guerre coloniali imperialiste:
quella russa in Ucraina e quella di Israele in Palestina.
Michela: Volevo chiederti, che ruolo ha giocato la musica nella tua crescita?
Khalid: La musica per me è la cosa forse più importante della mia vita. Ho iniziato a suonare da piccolo, più o meno durante questi 3-4 anni difficili (Seconda intifada, ndr), tra 2000 e 2004. Però c’era un pianoforte a casa e da piccolo suonavo.
Per me era come uno sfogo, mentre suonavo al ritmo dei carri armati che stavano camminando per strada.
La musica mi ha salvato tanto dalla pazzia, dalla paura. Era un rifugio. Era l’unico rifugio per scappare dalla guerra, quindi ho sviluppato un rapporto molto speciale con la musica, con il pianoforte in particolare.
Poi mi sono innamorato della musica di Chopin. Credo di essere diventati chopinista o chopiniano, perché non solo la musica di Chopin è molto bella, molto profonda (quasi ogni pianista si innamora di Chopin), ma anche la sua storia mi fa pensare alla mia. Sento questa somiglianza tra le nostre storie, perché lui era polacco e anche lui ha sofferto dell’invasione russa all’epoca.
Anche lui era rifugiato che ha lasciato la Polonia, lui ha sentito anche un sentimento nostalgico verso la Polonia e ha scritto tanta musica per il suo Paese. E anche questo è un altro elemento che mi piace. Ecco perché Chopin in assoluto è il mio compositore preferito.
Sì, poi ho continuato questa passione, perché ovviamente è dentro di me, è dentro, nel mio sangue, però non ho preso la musica come professione, perché c’era un po’ piccola pressione da parte dei miei, soprattutto mio padre. Mi ha detto: “Dove vai, vuoi essere povero?” Comunque sono povero lo stesso! Però mi ha detto, “Ah, vuoi essere povero con la musica? La musica non ti fa sopravvivere, non ti fa vivere bene”.
Magari sì, purtroppo è così. Quindi ho studiato un’altra cosa, ho studiato economia, però comunque la musica è rimasta la mia autentica passione.
Continuo a suonare, continuo a comporre ogni tanto. Mi piacerebbe fare concerti ogni tanto, sia con il tema della Palestina e dei diritti umani, o temi generali.
Michela: Eh, allora iniziamo adesso. Che ne dici di suonarmi qualcosa?
Khalid: Senza dubbio, sì. Allora, questo brano si chiama Homeland, che è…
Michela: Di chi è, sempre di Chopin?
Khalid: No, questo è mio. Questa è una mia composizione che si chiama Homeland, che ovviamente è nostalgica, perché penso al mio paese, stanco, stanco dell’occupazione israeliana, stanco dalla violazione dei diritti umani.
FONTI
[1] Shaban al-Dalou: The Palestinian teen burned to death in Israeli bombing, Al Jazeera, 15 ottobre 2024
[2] Q&A with Francesca Albanese, Special Rapporteur on the occupied Palestinian territory, UN Human Rights Council, 27 marzo 2024
[3] Francesca Albanese, Christian Elia, J’Accuse, Roma, Fuori Scena, 2023
[4] Fact Sheet: Movement and Access in the West Bank – August 2024, United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA), agosto 2024.
[5] Chiara Cruciati, Case in fiamme in Cisgiordania, negate a Gaza, il manifesto, 18 febbraio 2025
[6] Harry Davies, Yuval Abraham, Revealed: Microsoft deepened ties with Israeli military to provide tech support during Gaza war, The Guardian, 23 gennaio 2025,
[7] Duccio Facchini, L’Italia continua a esportare armi a Israele. Il caso delle forniture per i caccia, Altreconomia, 13 marzo 2024
[8] Filippo Taglieri, Sui giacimenti di Eni nelle acque palestinesi, Altreconomia, 21 febbraio 2024
[9] Thousands across Gaza celebrate ceasefire announcement, The Times and The Sunday Times
[10] Noam Chomsky, Chi sono i padroni del mondo, Milano, Ponte delle Grazie, 2019
[11] Luca Geronico, Trump e Israele: ultimatum sugli ostaggi. «Tutti liberi o sarà guerra», Avvenire, 11 febbraio 2025
[12]Ari Shavit, The Big Freeze, Haaretz, 7 ottobre 2004, Ari Shavit
[13] Lelio Basso, Socialismo o barbarie. La vita e le idee di Rosa Luxemburg, Torino, Edizioni E/O, 2021.
[14] Strikes, raids and incursions: Over a year of relentless attacks on healthcare in Palestine, Medici Senza Frontiere
[15] Doja Daoud, Mohamed Mandour, Ignacio Miguel Delgado Culebras, Samir Alsharif, Arrests of Palestinian journalists since start of Israel-Gaza war, Committee to Protect Journalists, 4 febbraio 2025