Ep.2: Cittadinanza (e Lavoro) – podcast Acquavite e Oppio

Sara, Franceska e Navneet sono italiane con origini straniere.
Nel secondo episodio di Acquavite e Oppio – Podcast, spiegano le difficoltà quotidiane vissute da chi, pur facendo parte del Paese, non ha ancora la cittadinanza.

Referendum cittadinanza

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Introduzione

Franceska: Sono d’accordo con te. Quando si parla di cittadinanza, dobbiamo purtroppo questa cosa alla propaganda degli ultimi anni, si parla molto del senso di sicurezza. Se ne parla per creare instabilità, paura.
Invece queste storie sono storie vere, sono storie reali di persone che subiscono ingiustizie. Se io ti sto raccontando è perché vorrei che tu capissi il mio punto di vista, non per farti votare sì o no, ma semplicemente solo per creare un contatto con te.

Vorrei iniziare questa puntata parlando del film di Paola Cortellesi, C’è ancora domani.
Se non l’avete ancora visto, saltate i primi due minuti dell’episodio perché parlerò subito dell’argomento centrale della storia. La trama ruota attorno a un segreto, a un non detto, che la protagonista, Delia, cerca di tenere nascosto al marito violento e allo spettatore.

La vediamo custodire con cura una misteriosa lettera e, più avanti, affrontare mille peripezie per raggiungere un luogo non rivelato. Tutto ci fa pensare che la vittima cerchi di scappare dal marito. E in un certo senso è così, ma la sua non è solo una fuga individuale. Delia vuole salvare anche sua figlia e le donne tutte.

Solo alla fine scopriamo che il luogo dove voleva andare era il seggio, il foglietto che conservava gelosamente era la tessera elettorale e l’azione di ribellione che voleva mettere in pratica era votare. “Stringiamo le schede come biglietti d’amore”, scrisse la giornalista Anna Garofalo quando le italiane si preparavano a votare al referendum per la Repubblica.

Nel 1946 la tessera elettorale assunse un significato profondo per le donne. Il voto, segreto e personale, le chiamava a pensare e decidere a partire da sé. Significava anche uscire dall’ambiente domestico dove il sistema patriarcale le aveva, e ci ha, relegate per entrare nella sfera della vita pubblica. In breve, la tessera elettorale è stato il primo riconoscimento tangibile del cambio di status delle donne da minorenni perpetue a cittadine. Fu il nostro benvenuto nella cittadinanza.

Ricordo ancora il giorno in cui ho ricevuto la mia tessera elettorale. Dopo aver firmato la ricevuta, mi sono fatta una bella foto con il mio diritto di voto in mano. Riceverla così, con il postino alla porta, mi aveva sorpreso. Credevo dovessi andare io a ritirarla in Comune o qualcosa del genere. E invece è stato il diritto a venire da me e non io da lui. L’abbiamo ricevuta tutti così, ma quanti di noi se lo ricordano ancora? In fondo non ci è costato nessuno sforzo. Credo che per la maggior parte delle persone sia un fatto normale ed è giusto che oggi lo sia. Ma non è così per tutti i cittadini e non è così per tutti gli italiani.

L’8 e il 9 giugno 2025 saremo chiamati a votare al referendum su cittadinanza e lavoro. In questa puntata ascolteremo le storie di tre giovani italiane che hanno dovuto lottare per ottenere, o che ancora stanno aspettando, il riconoscimento da parte dello Stato. In chiusura affronteremo anche i quesiti sul lavoro, esplorando il legame profondo tra questi due temi, e cercheremo di capire perché è importante votare.

Referendum cittadinanza
Foto di Acquavite e Oppio – Podcast

Parte 1: Tre storie di cittadinanza

Sara: Allora, io sono nata a Milano nel 2002.
Franceska: Io mi chiamo Franceska, ho 29 anni.
Navneet: Allora, mi chiamo Navneet Kaur.

Sara, Navneet e Francesca sono italiane con origini straniere. Le loro storie sono comuni a milioni di bambini, ragazzi e giovani adulti che studiano e lavorano qui, ma che vivono nella precarietà dei permessi di soggiorno e delle attese alla questura. Franceska ha 29 anni, lavora come progettista per un’azienda sanitaria e contemporaneamente sta svolgendo un master. È arrivata in Italia nei primi del 2000, durante l’esodo dall’Albania post-comunista.

Franceska: Sono in Italia da quando ho circa sette – otto anni. Sono venuta da sola con mia madre e mio fratello, che era appena nato, aveva un mesetto, con le famose navi che partivano piene di gente. Quindi di notte siamo partite, così un po’ di nascosto. 
Abbiamo preso un taxi che ci ha portato al porto di Durazzo e lì c’era la nave che ci aspettava. L’unica cosa che mi ricordo molto nitida nella mia testa è che c’erano talmente tante persone che non c’erano posti dove mettersi nelle camere e quindi le persone stavano ammassate. Anche nel soggiorno, dove sta l’equipaggio, c’è una specie di piccolo soggiorno. Mi ricordo che io e mia madre siamo messe lì a dormire e c’era gente che dormiva anche per terra.

Sara ha 23 anni ed è impegnata negli studi per la laurea magistrale. Il viaggio della sua famiglia è stato motivato dalla fede.

Sara: Allora, io sono nata a Milano nel 2002 da genitori sudcoreani. I miei genitori sono venuti in Italia come missionari ormai quasi 30 anni fa. La prima città in cui si sono stanziati è stata Milano perché già c’erano altri missionari coreani con cui avevano contatti. 


Poi mi sono trasferita da un paesino di Milano a un altro paesino di Milano nel 2008. Di nuovo nel 2016 mi sono trasferita a Roma.
Ora, idealmente, se mi vedo nel futuro, mi piacerebbe creare uno spazio sicuro per le persone di seconda generazione. O nell’ambito delle migrazioni in generale. Non so concretamente in che ruolo, però mi piacerebbe questo.

Navneet ha 27 anni, lavora per l’associazione Popoli Insieme che si occupa di migrazioni e accoglienza. La sua è una storia di migrazione lavorativa.

Navneet: Io sono arrivata in Italia nel 2005, luglio 2005 per la precisione, attraverso il ricongiungimento familiare perché mio padre è emigrato in Italia all’inizio degli anni 2000. Inizialmente ha lavorato a Roma, solita raccolta pomodori, zucchine eccetera nei campi.
Poi si è spostato un po’ per caso, un po’ per conoscenze qui in Veneto e si è stabilizzato definitivamente qua. Nel 2005 l’abbiamo raggiunto io, mio fratello e mia mamma dall’India.
Avevo 8 anni all’epoca e ho iniziato la scuola dalla terza elementare, ho fatto le elementari, le medie, le superiori, poi l’università. E mio fratello invece era un anno più grande di me e ha iniziato dalla quarta elementare. Così è iniziata un po’ la nostra vita qua in Italia. 

Navneet è anche referente del Comitato per il referendum sulla cittadinanza di Padova, nato dall’unione di associazioni, sindacati e cittadini, e parte di una rete nazionale più ampia organizzata proprio per promuovere il referendum. Attraverso banchetti ed eventi pubblici, il comitato si impegna a diffondere informazione e a incentivare la partecipazione al voto di giugno. 

Lascio il link in descrizione per approfondire le sue attività, ma quello che conta ribadire qui è che questo referendum nasce dal basso, dal popolo. Si tratta infatti di un referendum di iniziativa popolare articolato in cinque quesiti. Quattro sul lavoro, promossi dai sindacati e uno sulla cittadinanza, sostenuto da oltre 100 associazioni, tra cui Amnesty International, ActionAid e la Rete per la Riforma della Cittadinanza.

Sono stati soprattutto i giovani, che da anni lottano per una riforma mai arrivata, a mobilitarsi per cambiare le cose attraverso il voto.

Franceska: La mia infanzia è stata un po’ travagliata, forse è la parola più giusta. La prima cosa che mi ricordo di Padova è stata Prato della Valle, la prima casa che abbiamo trovato in affitto è stata da questa signora, proprio lì in centro.

Bisogna anche specificare che 20 anni fa era diverso perché l’ambiente generale era meno avvelenato. C’era più comprensione per le persone che scappavano e c’era forse più purezza di cuore. Se vedevano magari una madre in difficoltà con due bambini, come era il caso di mia madre, ti aiutavano, ti stavano dietro. C’era solidarietà anche da parte degli assistenti sociali.

Io mi ricorderò sempre un assistente sociale che fra l’altro si chiamava Francesca, che io ho cercato di contattare in tutti i modi quando ero più piccola, anche alle superiori, però mi avevano detto che ormai l’avevano spostata a Bologna.

Ho sempre voluto riattaccarmi a lei, sapere cosa stava facendo e volevo raccontarle che cosa avevo fatto, che mi ero laureata, però non sono più purtroppo riuscita ad entrare in contatto. Comunque c’era più comprensione.

Navneet: Inizialmente è stato molto destabilizzante perché abbiamo cambiato completamente realtà. È quella differenza che c’è tra l’ambito familiare nei paesi di origine, che spesso è composto da famiglie molto allargate, dove magari si vive con i nonni, si vive con gli zii, eccetera.

Ritrovarsi qua all’improvviso catapultati in una realtà dove c’è solo la mamma e il papà e poi tu, se sei fortunato magari c’è un fratello o una sorella che ti fa compagnia. Questo sicuramente, secondo me, è stato un aspetto che da piccoli ci ha fatto soffrire.  Però in realtà io mi ritengo fortunata perché, una cosa molto comune (ai bambini immigrati), che pensavo fosse soltanto una storia mia, è il fatto che molti di noi hanno trovato i nonni italiani. 

Di solito magari è il vicino di casa, quello che abita sopra, sotto, nella casa accanto. Mi ritengo super fortunata perché io e mio fratello abbiamo trovato i nonni italiani dopo pochissimo che siamo arrivati in Italia, ci hanno un po’… sono stati forse i primi ad averci introdotto alle cose della cultura italiana.
Ok sì, sicuramente la scuola è stata determinante soprattutto per imparare la lingua, per iniziare a instaurare rapporti anche con i coetanei. Ma confesso che è grazie a loro che abbiamo iniziato a imparare elementi appunto della cultura italiana.

Per esempio, ci hanno portato loro per la prima volta al mare , abbiamo condiviso i pranzi di pastasciutta, che qua in Veneto (non so se sia così anche nel resto d’Italia) è simbolica tra i nonni e i nipoti, oppure l’andare a pesca con il nonno. Tutte quelle cose che… ah beh, un’altra cosa che mi fa sempre super ridere, è essere andati per la prima volta a mangiare in pizzeria e la nonna ci ha insegnato, a me e a mio fratello, a utilizzare la forchetta e il coltello per tagliare. Quindi cose veramente stupide, banali, però adesso che mi guardo indietro sono state cose molto determinanti, che ci hanno lasciato anche un bel ricordo.

 

Registrazione dell’episodio, 10 aprile 2025 – Acquavite e Oppio

Parte 2: Quando ho scoperto di non essere italiana

Sara, Franceska e Navneet vivono serenamente la loro identità italiana e l’hanno sempre fatto, fino a quando non c’è stata la scoperta: loro, per mamma Italia, italiane non sono.

Navneet: Sono stati forse i vari episodi che ho vissuto che mi hanno fatto capire che la cittadinanza era una cosa importante. La prima volta che l’ho capito è stato a 18 anni, nel momento in cui a scuola le professoresse e i professori iniziavano a parlare del famoso diritto di voto.  Si iniziava a studiare un po’ la storia, “ragazzi è importante andare a votare”. Se non mi sbaglio in quel periodo c’era un referendum sulle trivelle, una cosa del genere, e quindi gli insegnanti iniziavano un po’ a sensibilizzare i ragazzi sull’importanza di andare a votare. 

Io ero convinta di andare a votare, ero convintissima, non sapevo in realtà che io non potessi andare a votare. L’ho scoperto pochissimo tempo prima. Perché poi mi sono domandata ah ok sì, com’è che si può andare a votare? Ah mi serve la tessera elettorale, per poi scoprire che io non posso avere uno tessera elettorale.  Quindi è tutto partito un po’ così. E poi, gli altri episodi che mi sono capitati.

Lì ho scoperto di non avere la cittadinanza italiana e di non essere italiana e poi è stato un susseguirsi di episodi. Come appunto la professoressa d’inglese che, mi pare in quinta superiore, mi ha chiesto se avevo piacere a partecipare a un tirocinio di tre mesi in Inghilterra motivandomi anche la sua proposta dicendomi: “Guarda Navneet, secondo me tu sei molto brava, sei molto motivata e secondo me potrebbe essere un’esperienza che ti potrebbe arricchire”. E beh io ovviamente ero contentissima, subito ho detto “Sì professoressa, ci vengo, voglio partecipare”. 

Per poi ricevere nuovamente una chiamata da lei in cui mi diceva – no, mi dispiace, purtroppo mi hanno detto che bisogna avere la cittadinanza italiana per partecipare. Niente, quindi questa è stata un po’ la seconda batosta. Poi è stato un continuo, come doversi mettere nella fila degli extracomunitari a un museo per prendere il biglietto. pagare di più dei miei amici con i quali stavo andando a visitare un museo perché non avevo la cittadinanza italiana oppure quando ho poi iniziato l’università. 

Chi faScienze politiche, di solito ha l’idea di partecipare a concorsi pubblici. Poi dopo ho studiato anche diplomazia, quindi c’era questo pensiero del concorso diplomatico. Però comunque ti rendi conto che tu non puoi progettare il futuro, comunque, non puoi avere il futuro che vorresti perché non hai quel documento. Quindi quel documento pian piano diciamo ho scoperto essere fondamentale.

Il referendum di giugno vuole andare in soccorso a tutte e tutti i giovani italiani che non sono riconosciuti dallo Stato[1]. L’abrogazione* sostenuta contribuirebbe a migliorare alcuni aspetti dell’attuale legge per la cittadinanza, la 91 del 1992. Il quesito infatti propone una modifica minima: ridurre da 10 a 5 anni il periodo di residenza stabile necessario per ottenere la cittadinanza per naturalizzazione. 

Pur non essendo esplicitamente previsto, l’abrogazione favorirebbe anche l’accesso alla cittadinanza per i figli minorenni senza dover attendere il raggiungimento della maggior età. Ridurre il requisito di residenza accelererebbe infatti il processo poiché secondo l’articolo 14 della legge quando un genitore ottiene la cittadinanza italiana questa si estende automaticamente anche ai figli minori conviventi[2]

Ecco, sarebbe un piccolo cambiamento ma con un impatto enorme per i giovani. Darebbe a molti bambini e ragazzi accesso ai diritti di cittadinanza prima dell’età adulta, evitando anni di attesa e incertezze.

Navneet: Si, ti chiedono, anche se tu sei stato solo per i primi tre anni della tua vita, non lo so, in India, in Marocco, qualsiasi paese sia, tu devi presentare la tua fedina penale. Sì, fa molto ridere infatti, fa veramente ridere questa cosa, però si deve presentare la fedina penale, anche se tu eri piccolissimo quando sei stato lì. 

Poi di solito sono documenti scritti in lingue locali. Nel mio caso, la mia famiglia arriva dallo stato del Punjab, che è uno stato del nord ovest dell’India, e lì i documenti ufficiali sono scritti in punjabi. Quindi dopo li fai tradurre o in Hindi o in Inglese, e dopo dall’Inglese li fai tradurre in Italiano, e ogni traduzione ha un costo, ogni traduzione significa spostarsi, andare in un altro ufficio, magari in un paese dove gli uffici e l’amministrazione non è che funziona proprio benissimo.

Già la raccolta di tutta la documentazione è difficile. Infatti io conosco anche persone che non vogliono fare la richiesta di cittadinanza, perché il fatto di raccogliere tutti questi documenti crea una sensazione di ansia profonda.

Devi chiedere a qualcuno che magari è nel Paese dove sei nato che ti possa aiutare a raccogliere questi documenti. Perché io, ora come ora, non so in due settimane di ferie dove vado a raccogliere cosa tra l’altro in un paese che non conosci, non ho la minima idea di dove dovrei andare a recuperare questi documenti.

Tu (Stato) mi stai chiedendo di raccogliere tutte cose in un posto, in uffici, in un Paese che io non conosco, che non so nemmeno come funziona. Quindi o lo fa un tuo parente se sei fortunato, oppure niente, non puoi richiedere la cittadinanza senza la fedina penale del tuo Paese d’origine se, ripeto, sei nato in quel Paese.

Sara: Allora, essendoci in Italia lo ius sanguinis, io non avevo la cittadinanza. L’ho potuta richiedere ai 18 anni, soltanto che la mia storia parte ancora prima perché avevo visto mio fratello maggiore non riuscire ad ottenere la cittadinanza perché sulla tessera sanitaria non risultava il nome coreano che risultava sulla carta d’identità.

Quindi per questa cosa appariva come se fosse due persone diverse. Lui aveva già fatto tutto l’iter, aveva già pagato i bollettini vari e mandato i soldi, 300 euro, che c’è da pagare per la cittadinanza, soltanto che per questa problematica lui ha compiuto poi 19 anni, quindi ha perso la possibilità di ottenere la cittadinanza come persona nata e cresciuta in Italia.

Poi ha avuto altri problemi, perché per prendere la cittadinanza come immigrato regolare devi comunque dimostrare di avere un reddito abbastanza alto, tale per cui garantisci allo Stato Italiano che non dovrà mantenerti. Quindi non è più riuscito, e lui tuttora non ha la cittadinanza italiana nonostante sia nato e cresciuto qua, sempre è stato qui.

Cittadinanza
Manifestazione dei ragazzi della Rete per la Riforma della Cittadinanza

Parte 3: Come funziona la cittadinanza in Italia

L’Italia è tra i paesi europei dove è più difficile ottenere la cittadinanza. Secondo il Migration Integration Policy Index, nel 2019 si collocava al quattordicesimo posto su 27, a pari merito con la Grecia[3]. Il paese in cui è più semplice acquisirla è il Portogallo, seguito da Svezia, Irlanda, Lussemburgo, Finlandia e Francia.

Per capire perché la legge italiana sia inadeguata, è importante chiarire come si acquisisce oggi la cittadinanza.
Il primo criterio è quello dello ius sanguinis, secondo cui il diritto si trasmette automaticamente di genitore in figlio, anche per generazioni, indipendentemente da un reale legame con il territorio italiano. Questo principio è stato recentemente messo in discussione a causa del boom di richieste da parte dei discendenti di italiani emigrati nelle Americhe: dopo la seconda elezione di Trump, gli uffici amministrativi sono stati travolti da una valanga di domande di cittadinanza.

Nel contesto italiano, tuttavia, le proposte di modifica dello ius sanguinis incontrano forti resistenze. Come sosteneva il professor Valerio Onida, già Presidente della Corte Costituzionale[5], persiste l’idea che l’appartenenza al popolo — e quindi allo Stato — sia definita dal sangue. Si tratta di una concezione ereditata dall’epoca fascista, quando le leggi razziali stabilivano il sangue come fondamento della nazione, con l’obiettivo esplicito di impedire matrimoni misti e naturalizzazioni, per “non contaminare la stirpe”.

Un secondo modo per diventare cittadini italiani è, appunto, la naturalizzazione, tutt’altro che automatica. Sono previste tre casistiche: la prima, il matrimonio con un cittadino o una cittadina italiani, che consente un accesso relativamente rapido al diritto; il secondo metodo riguarda gli stranieri nati in Italia, che possono richiedere la cittadinanza al compimento dei 18 anni, attraverso una procedura burocratica complessa. Come raccontava prima Sara a proposito di suo fratello maggiore, la domanda può essere presentata esclusivamente a 18 anni: se viene fatta anche solo un anno dopo, a 19, la persona viene considerata a tutti gli effetti un immigrato e deve iniziare l’iter ordinario.

L’ultimo caso riguarda la domanda da parte di stranieri residenti legalmente in Italia da almeno 10 anni, a condizione che rispettino requisiti molto stringenti, tra cui un reddito elevato, la conoscenza della lingua italiana, l’assenza di reati o comportamenti che minacciano la sicurezza della Repubblica.

Va chiarito che il referendum non modifica i requisiti per l’accesso alla cittadinanza: interviene soltanto sui tempi di residenza e sul riconoscimento del diritto ai figli minorenni, riducendo le lungaggini burocratiche.

Sara: io mi sono mossa da 17 anni per iniziare a raccogliere tutte le documentazioni, mi sono fatta le file per prendere i permessi alle 5 di mattina. 

Tra l’altro, io l’ho presa (la cittadinanza) l’anno dopo il covid: dicevano che l’iter da fare sarebbe stato online e io quindi ho passato dei mesi a provare a fare questo iter online provvedendo appunto a tutti i documenti necessari, per poi scoprire che in realtà io non avrei dovuto fare quell’iter. Perché per le persone nate e cresciute in Italia c’è un iter diverso ed era possibile andare direttamente in questura, in ufficio migrazione.

Io avevo sprecato dei mesi per questo gap di informazione. Mi era arrivata la lettera di cittadinanza, però non avevo modo di capire come fare. E io comunque sono una persona italiana, quindi capisco benissimo l’italiano.

Mi posso solo immaginare come sia quando questo gap oltre ad essere informativo è anche linguistico: veramente una tragedia. E quindi io alla fine sono riuscita ad ottenere la cittadinanza solo un mese e mezzo prima di compiere i 19 anni, sono riuscita per un pelo.

A me questa cosa mi ha fatta sentire così umiliata perché ho pensato, tutti gli amici intorno a me sono nati con la cittadinanza e non hanno dovuto dimostrare niente allo stato italiano per avere questa cittadinanza.

Io mi ricordo, mi hanno chiesto tutte le pagelle, la via, avendo fatto appunto tutti questi traslochi mi è venuto molto difficile anche rintracciare tutte le vie, i numeri di telefono delle scuole vecchie, alcune sono anche chiuse, non riuscivo a trovarle nemmeno online.

Però se non compili tutti questi moduli effettivamente non puoi accedere al giuramento. Quindi da quella volta in poi appunto ho detto questa cosa non mi va bene, non voglio che le persone in futuro dopo di me debbano fare la stessa cosa. Infatti per mio fratello minore ho fatto tutto io, ho raccolto tutti i documenti io per potergli fare la richiesta di cittadinanza perché già sapevo appunto cosa fare, dove farlo.

Franceska: i primi anni sono stati duri per i miei genitori, per loro penso sia ancora più difficile perché quando tu sei già un adulto e devi costruire da zero in un altro paese. Io quando ero piccola non capivo, ma quando vedevo mia madre e quando andavo ad accompagnarla ai lavori che faceva con le signore anziane o che andava a pulire le case delle altre famiglie, allora io non capivo.

Però crescendo ho capito che lei riceveva talmente tante umiliazioni che probabilmente non venivano nemmeno comprese né da una parte né dall’altra, ma erano effettivamente delle discriminazioni, cioè sia come donna, sia come straniera, sia come albanese, e pure davanti a tua figlia.

Ti rendi conto che è stato per loro la parte più difficile, quindi fare i documenti, andare da un ufficio all’altro e non sempre trovi quelle operatrici che ti sa ascoltare, che ti consiglia e molte volte, succede ancora adesso, nemmeno loro sanno dirti dove devi andare, cosa devi fare.

Ti fanno girare questi uffici all’infinito e tu devi saltare il lavoro, devi pure pagare, devi aspettare di qua, andare di là, attese su attese e poi appunto si arriva per fare domanda alla cittadinanza.

E qual è stato il principale motivo per cui loro non hanno fatto domanda prima? Perché ad esempio mia madre ha lavorato per tanti anni in nero e quindi quando tu devi pensare a mantenere una famiglia non pensi beh aspetto che mi facciano un contratto regolare, invece no, lei ha lavorato per tanti anni in nero e ovviamente quel reddito non puoi contarlo e per richiedere la cittadinanza ti viene richiesto un minimo di reddito continuo, questo è stato uno dei motivi principali.

Un altro è stato, mia madre ha aspettato diversi anni prima di avere la casa Ater, quindi la casa intestata a lei con nome e cognome e fare la residenza lì. C’è tutto un passaggio che non è che lo concludi in dei mesi ma ci vogliono anni. 

Quando le persone chiedono “ma perché ci ha messo così tanto a fare domanda?”, è per questo: la residenza, il permesso di soggiorno, un lavoro stabile, un lavoro che non sia in nero, che sia regolare, ed è un gatto che si morde la coda perché è un continuo ricorrere una cosa dietro l’altra e non sempre è facile ottenere tutte le cose insieme.

E io mi ricordo che quando ho fatto 18 anni ho ricevuto il permesso di soggiorno, quello di lungo soggiornante, quindi illimitato, perché ne avevo diritto e mi ricordo che ho aspettato due tre anni prima di fare domanda, proprio appunto per essere sicura.

E io stavo studiando in quegli anni là. Bisogna tenere conto che un anno due lo perdi per ritornare nel tuo paese d’origine, tradurre le carte e anche lì i tempi burocratici del tuo paese. Poi magari scopri che un nome è scritto sbagliato e devi ritornare, che detta così fa ridere, però farlo è un po’ una tortura.

Fai questo, fai domanda, fai tutto l’iter e io mi ricordo che feci domanda quando avevo 21 anni, quando fatalità ci fu il decreto sicurezza di Salvini.  Da due anni di attesa della valutazione della domanda erano diventati 4.

E quindi lì aspetta altri due anni, e poi nel mio caso è venuta pure rifiutata la domanda per problemi legati a questi buchi di residenza. Tu non vieni informata durante l’iter per poi magari cercare di tappare questo problema, ma ti viene detto alla fine.

Nel mio caso è capitato alla fine, e quindi tu sai che la tua domanda è venuta rifiutata e basta, devi rifare la domanda. Ho ripresentato la domanda e adesso sono ancora in attesa. Questo vuol dire che io l’anno prossimo compio 30 anni e che probabilmente diventerò cittadina italiana a 33 anni.

E in tutto questo arco di tempo la mia vita è continuata, io mi sono laureata, sto facendo un Master e ho cambiato chissà quanti lavori, e vivo gli stessi disagi sociali che vivono gli stessi padovani, la stessa popolazione italiana.  La banca non mi farà mai un mutuo e fai fatica a trovare casa perché gli affitti sono altissimi, gli stipendi sono quelli che sono, devo fare due lavori per arrivare a fine mese, vivo da sola, faccio la spesa con tutte le spese aggiuntive che hai, la macchina, hai una vita e quindi sono esattamente gli stessi identici problemi che hanno tutti.

A volte ti chiedi – si è vero io sono albanese, però sono anche italiana. Perché vivo gli stessi tuoi disagi sociali, io vivo qui da quasi vent’anni, ti senti italiana in tutti i sensi, ti senti parte della struttura sociale della città.

Mahmood per il sì. Foto di @referendumcittadinanza – Instagram

Parte 4: Trecento anni di cittadinanza non hanno insegnato niente

Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’utilità comune[6].

Questo è il primo articolo della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, nata dalla Rivoluzione francese del 1789. È proprio con questo documento che prende forma il concetto di cittadinanza, pensato come strumento di lotta contro il privilegio di nascita, per costruire una società di uomini liberi e uguali. Spesso si tende a confondere la cittadinanza con la nazionalità, ma i due concetti non sono sinonimi, anche se vengono frequentemente associati.

La cittadinanza riguarda la partecipazione attiva alla vita sociale, con diritti e doveri; la nazionalità invece è legata all’identità culturale e alle origini[7]. Non a caso i fascismi del Novecento sono considerati ideologie nazionaliste: in loro la nazione veniva elevata a valore supremo e definita in contrapposizione, spesso in ostilità, verso tutte le altre.

Fin dagli albori la Rivoluzione francese, ci si interrogava su chi dovesse essere riconosciuto come cittadino[8].
Alcuni ritenevano indispensabile il requisito della nazionalità, altri proponevano invece di legare il diritto alla cittadinanza alla residenza, valorizzando l’appartenenza al territorio. Non mancavano poi coloro che volevano riservare la cittadinanza ai soli possessori di beni e ricchezze, escludendo le classi popolari.

Vale la pena tracciare un parallelo tra il tentativo dei ricchi signorotti francesi di escludere i poveri dalla cittadinanza e le attuali forze di destra, che alimentano il senso di paura verso lo straniero. Non si tratta solo di xenofobia: dietro ci sono precise scelte economiche. Ed è proprio qui che i due temi del referendum, cittadinanza e lavoro, si incontrano.

Ieri come oggi la ricchezza si regge sullo sfruttamento lavorativo della classe povera, che attualmente è costituita da chi non ha pieni diritti: dal bracciante che raccoglie la frutta, al rider che consegna il cibo, dalla badante che assiste gli anziani, al corriere che ci porta i pacchi in tempi record[9]. Sono spesso lavoratori stranieri, sottoposti a un ricatto continuo: basta una protesta o un documento scaduto per rischiare la reclusione senza processo, o perfino la deportazione, come se fossimo tornati agli anni Venti del Novecento[10].

In questo scenario, la cittadinanza diventa l’ultimo ostacolo: una barriera burocratica che si aggiunge a un percorso già segnato da esclusioni, pericoli e incertezze. Se all’origine la cittadinanza era uno strumento di liberazione, che metteva l’uguaglianza al centro della vita sociale, oggi è il principale strumento di diseguaglianza legale su cui si fonda il sistema di sfruttamento lavorativo.
È utilizzata per escludere, mantenere bassi i salari e rendere i lavoratori sempre più ricattabili. 

Sara: sono stata invitata a questa scuola estiva, quindi ho partecipato molto volentieri. Dovevo scrivere la tesi sulle seconde generazioni, volevo appunto capirne anche di più, mi sarebbe stato utile per la mia ricerca.


Arrivata lì mi sono ritrovata davanti a una tavola rotonda di, penso 8 persone fra professori e scrittori, tutti bianchi, tutti italiani senza alcun background migratorio, che parlavano appunto della migrazione in maniera molto… sicuramente bene e in maniera approfondita, però comunque, non so esattamente, ma c’è quella lente di distacco, e da un punto di vista etnocentrico. 


Senza rendersi conto che la migrazione non è qualcosa che inizia negli anni 80 in Italia, è qualcosa che ha delle radici soprattutto coloniali, e che è soprattutto qualcosa di estremamente naturale, non è qualcosa di strano o inventato ora perché “c’è la sostituzione etica”, è qualcosa di estremamente normale.
E se vogliamo dirla tutta, in parte anche causata dal colonialismo, quindi da come si è evoluta poi la storia. Le radici sono da rintracciare ancora in una storia che ormai non si racconta nemmeno più.

Di Federico Patellani – pubblico dominio

Conclusioni

In chiusura di puntata, facciamo un riepilogo sul referendum di giugno 2025[11], che riguarda lavoro e cittadinanza. Si voterà sabato 8 e domenica 9 giugno. Potranno votare anche i fuorisede, a patto che si registrino entro il 4 maggio. I quesiti referendari saranno cinque. Il primo riguarda Licenziamenti e Jobs Act: si chiede l’abrogazione della disciplina sui licenziamenti prevista dal contratto a tutele crescenti, per rafforzare la tutela contro i licenziamenti illegittimi. Il secondo riguarda l’indennità nelle piccole imprese: si propone l’eliminazione del tetto massimo all’indennizzo per licenziamento, lasciando al giudice la libertà di stabilire il risarcimento adeguato.

Il terzo riguarda i Contratti a termine: il quesito mira a cancellare alcune norme che agevolano l’uso del lavoro precario, puntando a contrastare il dilagare del lavoro a tempo determinato. Il quarto riguarda sicurezza sul lavoro negli appalti: si chiede di modificare la normativa che oggi impedisce di estendere la responsabilità agli appaltatori in caso di infortunio sul lavoro. Il quinto riguarda la cittadinanza: si propone di ridurre da 10 a 5 anni il requisito di residenza legale per poter richiedere la cittadinanza italiana, ripristinando un criterio in vigore fino al 1992.

Questa ultima modifica rappresenterebbe un passo concreto per riconoscere diritti fondamentali a circa 2,5 milioni di persone di origine straniera che da anni vivono, lavorano e studiano in Italia, contribuendo attivamente alla società. Vorrebbe dire poter votare, partecipare a concorsi pubblici, accedere senza ostacoli a percorsi di studio o rappresentare l’Italia nello sport. Diritti oggi ancora negati.

Navneet: una persona che è nata e o cresciuta in Italia che ha fatto le scuole qua, oppure una persona che è arrivata nella fase adulta della sua vita e ci vive da tantissimi anni, è giusto che abbia anche il diritto, se sta rispettando i doveri. È giusto anche che abbia il diritto di poter avere un’opinione su chi gestisce questo Paese, come lo gestisce. Poi l’aspetto del lavoro: noi sappiamo benissimo, soprattutto qua in Veneto, quanti sono gli immigrati che tengono su le aziende grazie al loro lavoro. Perché gli imprenditori non trovano altri lavoratori.

Poi di fatto noi abbiamo bisogno dell’immigrazione, possiamo, secondo me, andare a leggere qualsiasi giornale, sito, libro.  Possiamo capire che l’immigrazione è un aspetto del quale l’Italia ha bisogno: altro che “inverno demografico”, l’altro giorno si diceva ci troviamo una situazione di glaciazione demografica. Sì, è un po’ stupido forse da parte del Paese investire sui giovani, tu Italia, hai investito su di me, Navneet, che ho fatto le scuole elementari, le scuole medie, le scuole superiori, ho fatto l’università, quindi c’è stato anche un investimento a livello sociale sulla mia istituzione. 

E poi, quando io posso ritornare quello che ho guadagnato, mi dici “no tu non puoi farlo perché non sei italiana. Tu non puoi lavorare, tu non puoi rappresentare l’Italia, non puoi lavorare in un ufficio pubblico”. È anche una perdita per l’Italia.  Se invece tu includi le persone, giovani, bambine, adulte che siano e le fai sentire parte di questa società e dai valore al contributo che loro stanno dando sicuramente saranno anche motivate a contribuire anche di più rispetto al semplice andare a lavorare, andare a studiare. Secondo me, l’Italia ha bisogno di noi. Questi elementi dovrebbero bastare, poi ce ne sono tantissimi altri.

Franceska: secondo me bisogna votare sì perché mi ricollego quello che ho detto prima: parlare di cittadinanza significa parlare di dignità, di giustizia sociale per il Paese, non solo dal punto di vista giuridico, di documenti o di regole, ma di una storia che si intreccia con quella del tuo Paese. 

Tu sai che c’è questo problema, non possiamo più ignorare questo problema, il nostro mondo sta cambiando, è già cambiato. L’immigrazione è un fenomeno che è sempre esistito, ce lo dicono sempre, ce lo diranno sempre. 

Come ho detto prima, non farsi mai ingannare dalla propaganda, dalle televisioni ma pensare sempre con la propria testa, quindi studiare, informarsi, parlare con le persone intorno a te, parlare con i tuoi amici e farsi raccontare le loro storie. 

Perché non c’è cosa migliore che ascoltare le storie reali, non quelle strumentalizzate, e ascoltando le storie reali, poi mettendo insieme i pezzi, capisci che in realtà non c’è niente di cui avere paura. Anzi, ci sono delle persone che vanno tutelate semmai.

Sara: considerando anche il fatto che l’esercitazione del diritto di voto è calata mano a mano, dagli anni 50 fino ad ora, da un 80% a un nemmeno il 50%, quindi è molto preoccupante come dato e invece penso sia fondamentale importantissimo che esercitiamo il nostro diritto di voto. 

È uno degli strumenti più importanti della democrazia che abbiamo e che abbiamo il privilegio di avere in questo momento soprattutto, in una situazione internazionale in cui sembra che ci sia sempre più distacco verso i problemi altrui, verso le sofferenze di categorie di persone a cui non apparteniamo.  E si perde sempre di più mi sembra la sensibilità verso l’altro, ci si rintana in questo individualismo a cui siamo portati ad andare.

È da poco passato il 25 aprile, ed è anche per resistere che bisogna andare a votare a questo referendum, che coincidenza vuole metta insieme i temi del lavoro e della cittadinanza, attorno ai quali sono costruite le diseguaglianze più profonde del nostro Paese.
Il nostro voto può contribuire a scalfire un sistema opprimente che si fa sempre più autoritario. Per la dignità dei lavoratori, per gli italiani non riconosciuti e per il benessere e l’avvenire della nostra società.

Nel film di Cortellesi, Delia non riesce a votare il primo giorno di apertura dei seggi, ma si consola dicendosi: “C’è ancora domani”. Ecco, facciamo che quel domani sia oggi. Anzi, che sia l’8 e il 9 giugno. Con cinque SÌ ai i quesiti del referendum. Per una Repubblica fondata sul lavoro e sull’uguaglianza dei suoi cittadini.

FONTI 

[1] Open Migration, Matteo Chiani, Un referendum per cambiare la legge sulla cittadinanza, 1 ottobre 2024

[2] Save the Children, Referendum sulla cittadinanza: riguarda anche i bambini

[3] Domani, Marika Ikonomu, L’Italia e la chimera della cittadinanza: come funziona negli altri paesi europei, 25 agosto 2024

[4] Corriere del Veneto, Antonio Andreotti, Lo studio legale specializzato in pratiche di cittadinanza: «Boom di lavoro con Trump, ma ora la riforma Tajani ci costringe a chiudere», 8 aprile 2025

[5] Onida, Valerio. Cittadinanza e migrazioni: una storia di ieri, di oggi e di domani, in Welforum.it.

[6] Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (1789). Testo consultabile in diverse edizioni e siti istituzionali.

[7] Stefano Marengo, Pandora Rivista, Per una cittadinanza critica: socialisti, liberali e le sfide del presente, 6 aprile 2020

[8] Furia, A. (2002). La cittadinanza durante la Rivoluzione francese (1789-1799). Scienza & Politica. Per Una Storia Delle Dottrine, 14(27). https://doi.org/10.6092/issn.1825-9618/2897

[9] Cgil: Punti di maggiore criticità del Testo unico sull’immigrazione (D.Lgs. 286 1998 come modificato dai successivi interventi)

[10] Open Polis, I lavoratori stranieri tra irregolarità e sfruttamento , ISMU (2024). 30° Rapporto sulle migrazioni 2024. In L. Zanfrini, Capitolo 4: Il lavoro (p. 59). Fondazione ISMU ETS e Ero straniero, report “Così il decreto Flussi favorisce lo sfruttamento dei lavoratori”, 30 maggio 2024.

[11] Cgil, Referendum 2025, urne aperte 8 e 9 giugno. Su cosa si vota e perché

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