La crisi nella Repubblica Democratica del Congo: saccheggio, occupazione e silenzi internazionali

Nella nuova puntata del podcast, con l’attivista John Mpaliza, raccontiamo la guerra di saccheggio nella RDC, una guerra dimenticata che alimenta i nostri smartphone e le nostre auto elettriche.

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Introduzione

John: Frantz Fanon diceva che l’Africa è come una pistola, ha la forma di una pistola e il grilletto si trova in Congo.

Supponiamo che un popolo, dopo aver subito un genocidio, invada le terre di un altro Paese, che non c’entra nulla con quel crimine. Lo stesso popolo viene armato fino ai denti per sottomettere la gente locale, che però è proprio testarda e la propria casa non la vuole abbandonare.

Nel frattempo, sullo sfondo, le potenze industrializzate, un po’ per senso di colpa nei confronti di un genocidio che non hanno fermato, e un po’ tanto per avidità, lucrano sul sangue versato.

No, non stiamo parlando della Palestina. Sto parlando della Repubblica Democratica del Congo, dove, da più di trent’anni, la violenza famelica di nuove forme di colonialismo si perpetua nel silenzio dei media e della comunità internazionale.

Questa storia ignorata scorre dentro le nostre vite, nei telefoni che usiamo, nei minerali che li fanno funzionare e nella comodità del consumismo che scegliamo ogni giorno. Crediamo sia lontana da noi e di non conoscerla, ma in realtà la conosciamo eccome. I nomi e i volti coinvolti saranno anche diversi, ma sono tristi dinamiche a cui siamo tutti familiari, almeno da due anni questa parte.

Parte 1 – Una guerra lunga trent’anni

Thérèse Kayikwamba Wagner, Ministro degli affari esteri della RDC[1]: «Accolgo con favore il fatto che il Consiglio abbia riconosciuto la responsabilità del Rwanda nella violazione della nostra sovranità e della nostra integrità territoriale, così come per la violenza attualmente in corso a Goma.
Tuttavia, le parole non sono state sufficienti per porre fine alla sofferenza umana, all’aggressione e all’assalto su Goma. È ora che il Consiglio di Sicurezza agisca.»

Il 27 gennaio 2025, i ribelli del gruppo M23, sostenuti dal Ruanda, hanno annunciato la conquista di Goma, capoluogo del nord Kivu, nel nord-est della Repubblica Democratica del Congo[2].

La presa della città ha provocato la morte di almeno 2.900 persone, anche se l’UNHCR avverte che il bilancio reale potrebbe essere molto più alto[3]. Questi attacchi sono una continuazione delle violenze iniziate già nel 2022, quando l’M23 è tornato ad agire nella regione, costringendo persino i contingenti delle Nazioni Unite a ritirarsi[4].

Ma forse, se dobbiamo essere totalmente onesti, questa storia inizia ancora prima, nell’epoca delle colonizzazioni, quando si scoprì l’immensa ricchezza nascosta sotto la superficie della terra del Congo.

Prima di iniziare, è importante fare una precisazione.  È impossibile, nello spazio di un episodio di questo podcast, raccontare tutti i passaggi storici e politici che hanno portato all’attuale crisi. Quella che ascolterete è quindi una ricostruzione parziale, ma che cerca comunque di offrire un quadro chiaro dei principali attori coinvolti e delle conseguenze che il popolo congolese subisce da decenni.

Per chi volesse approfondire, consiglio di dare un’occhiata alla lista di fonti di questo episodio che trovate nel link in descrizione.

A guidarci oggi sarà l’attivista italo-congolese John Mpaliza, che ha deciso di dedicare la sua vita e il suo lavoro a diffondere conoscenza sulla situazione nel Congo.

John: Diciamo che sono un cittadino italo-congolese. Insisto, congolese, perché è molto importante ricordarsi le proprie radici. Sono nato nella Repubblica Democratica del Congo. In quel momento il Congo stava abbastanza bene. Era nove anni dopo l’indipendenza, io sono del ‘69. Sono nato a Bukavu, nell’est proprio del paese. Però sono cresciuto a Kinshasa.

Ho avuto un’ottima educazione, anzi, istruzione. Anche l’educazione, quella a casa l’ho avuta. E l’istruzione buona perché a Kinshasa ho studiato in un collegio gestito dai gesuiti, ed era una delle migliori scuole. Nell’88-89 ho fatto la maturità. Sono andato all’università, ingegneria politecnica.

Solo che in quel momento cadeva il muro di Berlino. E quindi anche i miei guai, i nostri guai come studenti sono iniziati in quel momento là.

Poi io oggi vivo in Italia dal ’92, sono ormai 33 anni. Lo dico sempre quando parlo con gli studenti, sono 33 in Italia, 23 in Africa. Quindi fate i conti per capire quanto uno si possa sentire anche parte di questo Paese che mi ha accolto.

In Italia, dal ’92, è stata una vita abbastanza difficile come per ogni immigrato. Il mio viaggio non è stato un viaggio come questi viaggi che vediamo oggi. Io arrivo dall’Algeria perché… ho iniziato l’università a Kinshasa, però da subito ci siamo messi molto in difficoltà con il potere di Mobutu.

Al che, in un certo momento hanno iniziato a reprimere le manifestazioni, arrestare, massacrare e io ho fatto anche un po’ di prigione. Però nulla rispetto alle vittime di questa repressione, nel ‘91. Quindi la mia famiglia mi ha fatto andare via.

Io ho viaggiato da privilegiato con soldi, in aereo, poi sono finito in Algeria, dove ho fatto un anno accademico nella città di Orano, lì ho tentato di fare ingegneria elettronica e quindi poi nel ‘92 sono approdato in Italia.

Sono arrivato in Italia semplicemente perché durante le vacanze estive volevo visitare l’Europa, quindi la Francia, il Belgio, Roma caput mundi… e persi l’aereo quando dovevo ripartire, ho perso l’aereo ed è così che sono rimasto in Italia perché c’era stato anche un attentato nel ‘92, che è stato un anno particolare per l’Algeria.

Così sono rimasto in Italia e lo dico sempre, non è stato un momento facile, anzi è stato il momento più difficile perché comunque io arrivo in Italia all’età di 23 anni, direi quasi laureato, nel senso che sì, non avevo mai finito né in Congo né in Algeria, però avevo fatto insieme penso 3-4 anni di università, poi però in Italia scoprii da subito che non potevo studiare, che avrei dovuto fare la terza media. Allora iniziò un’altra lotta, oltre alla lotta per avere i documenti, perché avevo fatto richiesta di asilo politico.

La crisi nella Repubblica Democratica del Congo

Michela
: Perdonami, perché i tuoi titoli di studio non sono stati riconosciuti, giusto?

John: Assolutamente no, cioè neanche la maturità era riconosciuta. Quindi ho iniziato una sorta di lotta al ministero degli esteri, e poi senza un grande aiuto perché non potevo chiedere l’aiuto all’ambasciata congolese o zairese – in quel momento il Congo si chiamava Zaire, diventa Zaire dal ‘72 con Mobutu fino al ‘97 quando Mobutu scappa e diventa Repubblica Democratica del Congo – quindi a Roma non avevo modo di farmi dare un aiuto dai rappresentanti diplomatici perché comunque io in Congo ero ricercato, non potevo proprio mettermi in mano all’ambasciata.

Ho fatto comunque un po’ questa lotta tentando di capire come farmi riconoscere almeno la maturità. Nel frattempo, bisognava anche un po’ sopravvivere, allora io ho lasciato Roma, sono andato a vivere nel casertano, nel napoletano, e quindi ho fatto la vita di tutti i migranti: andavo a raccogliere pomodori in Puglia, arance in Calabria, come tutti.

Durante l’inverno si facevano lavori che si trovava non lontano da casa, vuol dire fare i muratori, tutto quello che poteva offrire la vita, la provvidenza, per andare avanti, perché bisognava vivere.

Nel ’97, durante una sanatoria ebbi la possibilità di farmi cambiare i documenti presentando un contratto, cioè una persona con cui facevo comunque dei lavori ha accettato di dichiarare che ero un suo dipendente per quel tempo, poco, come diceva la legge.

Quindi grazie a questo io ho firmato la rinuncia alla richiesta di asilo politico che non mi portava da nessuna parte, e ho preso un documento, un permesso di soggiorno per lavoro ed è questo che mi ha permesso di lasciare il Sud Italia, trasferirmi a Reggio Emilia.

Nel ‘98 e ‘99 mi sono riscritto all’università a Parma per fare ingegneria informatica, mi sono laureato, e poi nel frattempo ho fatto la cittadinanza e quindi poi il mio lavoro è diventato anche fisso. Lavoravo come programmatore per il comune di Reggio Emilia. Dopo di che, il 30 maggio del 2014 mi sono licenziato e oggi sono un attivista a tempo pieno.

Ho iniziato solo per il Congo. Perché questo conflitto era iniziato già nel ‘96-‘97. Io ho iniziato a fare l’attivismo nel 2010. Di morti ce n’erano già tantissimi, io stesso ho perso parenti in questo conflitto. Quindi avevo pensato, visto l’educazione, l’istruzione e la formazione che avevo, essendo anche un cittadino fortunato, vivendo da queste parti e vedendo i miei connazionali italiani non sapere quello che stava succedendo dalle mie parti, ho detto “sarà pure colpa mia che non sto raccontando queste cose”. Lì parte tutto.

Negli ultimi anni John ha attraversato l’Italia e non solo, a piedi, portando con sé due bandiere, quella della pace e quella del Congo.

Le sue marce, riunite sotto il nome Marcia di Brucchi, lo hanno condotto per centinaia di chilometri con un obiettivo preciso, rompere il silenzio sulle guerre, sulle violazioni dei diritti umani e sullo sfruttamento delle risorse che continuano a devastare il Congo. John porta la sua testimonianza nelle scuole, nelle piazze, negli spazi pubblici.

Coinvolge i giovani con l’obiettivo di costruire ponti tra le comunità italiane e quella congolese e di aprire riflessioni che spaziano dalla pace alla giustizia sociale, dall’educazione all’ecofeminismo. Oggi è portavoce della rete Insieme per la pace in Congo che promuove campagne, iniziative e appelli alle istituzioni per denunciare la drammatica situazione nelle regioni orientali del paese.

Parte 2 – Cosa sta succedendo in Congo?

La crisi nella Repubblica Democratica del Congo

John: Quello che stiamo vivendo in questo momento in realtà inizia nel 2022 con l’M23, Movimento del 23 marzo, che è un movimento di stampo ruandese, un movimento costituito direi quasi totalmente di militari, di miliziani, di etnia tutsi. Nasce proprio così, poi magari ne parliamo della nascita di questo movimento. Però dentro ci anche congolesi, perché visto che questo movimento è attivo in Congo bisogna fare in modo che sembri che sia congolese.

Addirittura ai vertici è facile trovarci proprio dei congolesi. Questo movimento sostenuto, finanziato, fosse anche congolese, ma comunque le Nazioni Unite hanno dimostrato che è sostenuto e finanziato dal Ruanda e ha anche l’appoggio, in questo momento, dell’RDF che è l’esercito regolare ruandese[5].

Diciamo che questa milizia, che ha a carico vari massacri in passato, che era più o meno dormiente (molti di loro erano in Uganda e soprattutto in Ruanda), il 13 giugno del 2022 si è ricostituito. Entra in Congo e occupano la città di Bunagana che fa frontiera con l’Uganda, non con il Ruanda. Quindi già si capisce che il problema non è soltanto il Ruanda, è tutto un insieme di Paesi dove sono presenti queste popolazioni tutzi.

Preciso, non abbiamo problemi con queste popolazioni qua, non abbiamo problemi con i ruandesi, non abbiamo problemi con gli ugandesi, abbiamo problemi con i vertici, con i governi, con questi criminali, i leader che sono lì. C’è Museveni, Yoweri Museveni, presidente quasi a vita dell’Uganda, e abbiamo Paul Kagame (Presidente Ruanda, ndr). 

Allora, a gennaio, per farla breve, a gennaio è stata occupata la città di Goma, che è il capoluogo del Nord Khivu. Ora, giusto per precisare, dal Nord Khivu proviene quasi l’80% del coltan mondiale, quindi Goma è una città importantissima per il mondo intero, per la tecnologia. Occupare quella città lì vuol dire arrivare nel cuore della tecnologia e occupare la città principale da cui escono questi minerali qua.

Non si sono fermati lì. Agli M23 si è aggiunto un gruppo politico che si chiama AFC, Alleanza del Fiume Congo, quello lì che è stato creato proprio da un congolese, Corneille Nangaa, che è un ex presidente della commissione elettorale indipendente.

Uno che nel sistema c’era, che ha litigato con il presidente attuale, si è alleato con l’M23. E ricordiamo che l’M23 uguale Ruanda, quindi hanno una forza, grande forza, e sono sostenuti da certe organizzazioni internazionali, da certi paesi. L’Unione Europea sostiene il Ruanda, diciamocelo chiaramente.

Allora viene occupato anche Bukavu, che è il capoluogo del Sudkivu. Quindi in questo momento in cui stiamo parlando, il Nordkivu e gran parte del Sudkivu sono occupati dal Ruanda. Il territorio occupato è 4 volte e mezzo, quasi 5 volte, il territorio ruandese.

Quindi il Ruanda in questo momento sta occupando in Congo un territorio 4-5 volte il proprio territorio, ed è una delle zone più ricche del mondo. E lì si estrae coltan, tungsteno, oro. Quello lì è proprio il territorio mondiale di queste robe qua.

Ora noi ci troviamo praticamente a subire una guerra di occupazione, di saccheggio. In questo momento addirittura i governatori, del Nord Kivu e del Sud Kivu sono stati cambiati, quindi nominati nuovi, che sono praticamente di origine ruandese. I sindaci delle città importanti sono stati cambiati e messi proprio sindaci praticamente di origine ruandese.

In Congo, a Goma, quando è stata occupata e dalla guerra che ne è scaturita, ufficialmente hanno perso la vita 3.000 persone in due-tre giorni[6]. Ci sono stati massacri, 6.000 persone tra poliziotti e civili. Qua si sta parlando di 1.500-2.000 persone al giorno per due-tre giorni, in pieno silenzio. Questa politica di due pesi, due misure, sia dalla parte della comunità internazionale, delle istituzioni, ma anche di quelle organizzazioni internazionali che dovrebbero dire: “Guardate che lì sta succedendo qualcosa”.

Ma anche nel mondo, anche la cittadinanza attiva, le persone, un po’ perché non si sono accorte di ‘sta roba qua, perché alla fine in televisione non se ne è parlato o non se ne è parlato abbastanza. Quella terra lì praticamente è occupata e il paese oggi è come un paese balcanizzato. E quindi noi stiamo vivendo un po’ questa situazione.

Ricordo che io sono di Bukavu, quindi abbiamo parenti da quelle parti lì, parenti che sentiamo. Le banche sono chiuse e quindi mandare anche i soldi è complicato. Le scuole resistono, ma la gente anche resiste in questa situazione. Certamente non vado a paragonare con i bombardamenti a Gaza, lì c’è un altro modo di uccidere.

Ci sono tante questioni che non possiamo paragonare perché spesso ci vogliono portare a discutere tra noi a chi soffre di più. E però purtroppo noi ci sentiamo un po’ come la Palestina, ci sentiamo proprio come la Palestina, abbandonati, lasciati.

Michela: Sono conflitti che sono in realtà collegati, ne parleremo tra poco. Hai accennato a tantissime cose molto importanti. Inizierei chiedendoti, secondo te, perché, a cosa è dovuto questo silenzio su ciò che sta accadendo in Congo dalle nostre parti.

John: A cosa è dovuto? Ci riflettiamo da tanto tempo. C’è chi dice semplicemente perché… e qui bisogna anche forse dare un po’ di storia del paese. Perché sicuramente ci sono le risorse. Tutte le guerre che noi viviamo nel mondo… si dice sempre, un po’ come per la mafia, bisogna seguire i soldi, no? Con le guerre bisogna seguire anche i soldi. E chi parla di soldi in questi paesi qua parla di energia, parla di risorse minerarie, ma anche territori da coltivare, perché esiste anche il land grabbing, quindi l’accaparramento di terra.

Molto spesso quando si prepara un conflitto, una guerra, non si danno quelli che sono le reali ragioni del conflitto. Si crea un movente, una motivazione, come abbiamo visto in Iraq, oppure con Gheddafi. È la stessa cosa quando fanno un po’ questi conflitti.

Allora, in Congo c’è un silenzio che sicuramente dipende anche dalle responsabilità della comunità internazionale. Ricordiamoci, per esempio, che nel 1994 c’era stato il genocidio in Ruanda: 100 giorni di massacri, si vedevano i corpi nel lago Kivu. L’Occidente guardava, era là, c’erano militari delle Nazioni Unite, però si stava a guardare. Poi oggi, il fatto di proteggere tanto il Ruanda ha anche quel senso di colpa, quel senso di colpa, è più o meno anche la stessa cosa che vediamo con Israele.

Parte 3 – L’ombra lunga del 1994  

Per capire cosa succede oggi in Congo, dobbiamo fare un passo indietro. Tutto parte dal genocidio ruandese del 1994, quando la maggioranza hutu uccise gran parte della minoranza tutsi. Un chiarimento importante: hutu e tutsi non sono etnie, ma classi sociali.

Gli hutu erano agricoltori e i tutsi pastori. Fu con la colonizzazione belga che queste differenze di lavoro furono trasformate in divisioni razziali fisse, con i Tutsi considerati superiori rispetto agli hutu[7]. Questa classificazione gettò le basi per la tragedia del 1994.

Il genocidio fu facilitato anche dall’azione e dall’inazione di diverse nazioni. Gli Stati Uniti sostenevano l’Uganda, che a sua volta finanziava il fronte patriottico ruandese, guidato dall’attuale presidente del Ruanda, Paul Kagame[8].

La Francia[9], invece, appoggiava il regime hutu, con aiuti militari e diplomatici. In sostanza, queste potenze alimentarono le tensioni tra l’una e l’altra fazione, e poi rimasero a guardare lo sterminio dei tutsi, senza intervenire. Durante e dopo il genocidio, circa 2 milioni di hutu, insieme a molti tutsi perseguitati, fuggirono nel nord-est del Congo.

Qui, due anni dopo, nel 1996, una coalizione di forze ruandesi, ugandesi, burundesi e di dissidenti congolesi rovesciò il regime di Mobutu Seseseko, accusato di non proteggere i rifugiati tutsi ruandesi. L’offensiva provocò massacri su larga scala.

Un celebre rapporto delle Nazioni Unite dell’ottobre del 2010 documentò crimini contro l’umanità e identificò prove di crimini genocidari, avvenuti a danno della popolazione hutu, chiedendo poi l’istituzione di una corte speciale, cosa che però non è mai avvenuta[10].

John: Allora, lì ne fanno fuori un sacco di Hutu, ma non si fermano lì, perché nel 1996 uccidono l’arcivescovo Munzihirwa il 29 ottobre. Mio padre è morto in quel giro lì. Il 29 ottobre viene ucciso l’arcivescovo di Bukavu, che tra l’altro proteggeva anche dei ruandesi, diceva “proteggiamo i nostri fratelli”.

E praticamente quell’occupazione dell’ AFDL[11], quindi Ruanda, Burundi, Uganda, non finisce con quel pezzo dell’Est, arriva fino a Kinshasa, perché poi avevano scelto come capo di questa avanzata un congolese, Laurent-Désiré Kabila, che nel 1997 arriva a Kinshasa, Mobutu scappa e quindi Kabila diventa presidente. Questa cosa qui si chiama la Prima guerra del Congo. E la prima guerra del Congo, se uno va su Wikipedia, si parla di un milione e mezzo di morti[12].

Nel 1998 scoppiò una seconda guerra del Congo, con protagoniste diverse milizie, sostenute da Ruanda e Uganda[13]. Poi più tardi, nel 2009, è nato anche il movimento del 23 marzo, l’attuale M23 appunto. In sintesi, a partire dalla fine del genocidio del 1994, il Ruanda, ma anche l’Uganda, hanno sostenuto milizie operanti nella Repubblica Democratica del Congo, cercando di provocare cambi di regime e influenzare la struttura militare del paese.

Ogni qualvolta il Congo ha tentato di ricacciare le interferenze straniere, queste hanno reagito con violenza, fino agli attacchi delle M23 di oggi. La conquista dei territori viene giustificata dalla necessità di mettere un freno alle violenze interetniche, ma in realtà si tratta di un assalto alle ricchezze minerarie del Congo[14].

Per chi ha vissuto il genocidio dei tutzi, ma anche studiato o si ricorda del racconto di quegli anni, è difficile accettare che chi fu vittima ieri possa oggi essere accusato di tali atrocità. Denunciare il Fronte Patriottico Ruandese, il movimento che fermò il genocidio e che ora governa il Ruanda, significa — per molti — trasformare la vittima in carnefice.

Anche in Occidente, dove pesano ancora le responsabilità francesi nella tragedia del 1994, prevale spesso una certa reticenza nel criticare Paul Kagame, in modo molto simile, come diceva prima John, alla resistenza che certi dimostrano nei confronti delle critiche ad Israele.

Parte 4 – O con noi o contro di noi


Screen pagina dell’articolo: “Join Us or Die” Rwanda’s Extraterritorial Repression, 2023, John Holmes for Human Rights Watch

Quello che state ascoltando è un estratto dal trailer di una serie tv pubblicata su Netflix: Black Earth Rising.

La protagonista, Kate, è una sopravvissuta al genocidio ruandese, adottata da un’avvocata inglese. Nel tentativo di scoprire le proprie origini, Kate intraprende un viaggio che, senza saperlo, la porterà in Congo. Lungo la strada, però, emissari del regime ruandese cercheranno di fermarla.

Questa serie racconta una realtà che molti attivisti denunciano da anni: le persecuzioni del Ruanda contro chi osa criticare il regime.

Secondo Human Rights Watch[15], le autorità ruandesi utilizzano arresti arbitrari, minacce di morte, attacchi fisici, sorveglianza elettronica e persino omicidi extragiudiziari per ridurre al silenzio i propri oppositori. Tra le vittime ci sono soprattutto ruandesi dissidenti, giornalisti, attivisti e membri della diaspora, molti dei quali costretti all’esilio.

Il Ruanda etichetta come “negazionisti del genocidio” tutti coloro che denunciano i suoi crimini, e ha tentato di fare pressione anche alle Nazioni Unite per mettere a tacere le accuse relative alle violenze commesse in Congo[16].

Michela: Faccio un passo indietro, voglio solo essere sicura di aver capito, quindi l’accordo del 23 marzo del 2009 era un accordo per rappresentanza?

John: No, non per rappresentanza. Si fa di tutto perché questi movimenti vengano resi congolesi, poiché comunque ci sono delle popolazioni (ruandesi, ndr) che sono là, o per l’immigrazione o per i vari crimini che sono successi lì. L’UNHCR è un’altra che ha una grande responsabilità.

I campi profughi in un certo momento bisogna chiuderli, una volta che c’è la pace fare un percorso di riconciliazione in modo che la gente possa tornare, i campi non possono durare secoli. Non si può negare il fatto che ci sia una presenza di persone di origine ruandese in Congo, questo non si può negare…

Michela: …quindi, in un certo senso per far passare la guerra come una guerra civile interna e non come un conflitto internazionale.

John: Esatto. Però se andiamo a vedere, in realtà, tanti di quelle persone ruandofone non sono in questo M23. Questo per dire che l’M23 è costituito proprio da gente ben formata, ben preparata, che viene a combattere.

Antonio Guterres[17], nel 2022, alla vigilia dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, aveva fatto una intervista in cui ha detto che l’M23 era più organizzato di tutte le Nazioni Unite, cioè era più armato. Ora la domanda è, ma chi è che arma ‘sta roba qua? Se è un gruppo congolese, come si continua a dire, chi è che arma questo gruppo congolese contro il Congo?

Parte 4 – Chi vende armi al Ruanda? 

Rintracciare i vari passaggi della catena dei rifornimenti bellici del Rwanda è difficile. I dati più recenti disponibili risalgono al 2022, secondo cui il primo esportatore di armi verso il Rwanda è stato Israele, che ha dichiarato forniture per 23,9 milioni di dollari[18].

Nello stesso anno l’Unione Europea ha stanziato 20 milioni di euro per sostenere le operazioni militari ruandesi in Monzambico[19].

Nel 2025 sono state numerose le lettere aperte, firmate dalla società civile congolese e indirizzate a diverse organizzazioni internazionali, tra cui l’Unione Europea appunto. Tutte chiedevano una sola cosa, giustizia[20].

Ma le potenze occidentali sono reticenti nel perseguirla per una serie di ragioni. In primis, il Rwanda è il principale fornitore di forze di peacekeeping in Africa. Ufficialmente i fondi che l’Unione Europea mette a disposizione servono a combattere il terrorismo.

Ma le truppe ruandesi proteggono anche interessi strategici francesi, come le infrastrutture di Total Energies a Cabo Delgado, in Monzambico[21], in un’area ricca di gas e minerali.

Il Rwanda inoltre ha rafforzato il suo ruolo strategico accettando accordi di deportazione di migranti, con stati europei e gli Stati Uniti[22].
Gli alleati del Congo hanno potuto fare poco più che denunciare[23].

John: Diciamo che in questo momento il Congo è più o meno da solo. Questo è qualcosa che fa anche molto male. Non vediamo un attivismo forte.

Diciamo che per esempio il Sudafrica, che fa parte dei BRICS, ha bisogno delle materie prime dal Congo. Infatti c’era un contingente, adesso non mi viene il nome (Monusco ndr) [24]. L’anno scorso sono andati via perché alcuni erano stati massacrati e a gennaio, quando l’M23 ha occupato Goma si è trovata una exit strategy, addirittura questi militari sono usciti proprio dal Ruanda per tornare in Sudafrica.

Diciamo che non c’è attivismo politico. Ogni tanto sentiamo singolarmente qualche politico, ma non è una cosa militante, in cui un governo dica dobbiamo mettere fine alla situazione che sta succedendo in Congo. Tutti dicono: “Salutiamo con favore gli incontri organizzati dall’Unione Africana, organizzati a Doha”. Cioè loro sono sempre lì, delegano, non si prendono le responsabilità. Questo fa veramente molto molto male.

Parte 6 – Il Congo massacrato per i minerali

FLICKR/SYLVAIN LIECHTI | La miniera di cobalto di Luwowo, nella Repubblica Democratica del Congo


E così, tra interessi economici e ipocrisie diplomatiche, le violenze contro i congolesi continuano nel silenzio della comunità internazionale.
Per darvi un’idea delle dimensioni di questa tragedia: oggi si stima che oltre un milione di congolesi siano sfollati a causa delle violenze delle M23.

Nei primi mesi del 2025, sono stati documentati quasi 10.000 casi di stupro e violenza sessuale, si stima che e tra il 35 e il 45% delle vittime siano bambini. La violenza contro i civili è sistemica, e viene usata come un’arma per seminare il terrore.

John: In questo momento sta uscendo il film Muganga (in Francia, ndr). Muganga vuol dire dottore, chi cura, ed è un film che narra la storia del dottor Denis Mukwege, premio Nobel per la pace 2018, conosciuto tristemente come il medico che ripara le donne.

Ora, penso che lui negli ultimi 15-20 anni, ne abbia “riparate” più di 50.000, forse 80.000. Vuol dire donne che sono state vittime di distruzione dell’apparato genitale, un crimine gravissimo. Non bastano più gli stupri di massa, ma anche distruzione, una roba che non sappiamo come sia arrivata.

Sappiamo che nelle guerre le prime vittime sono bambini, donne, questo lo sappiamo purtroppo. Ma arrivare a quel punto lì, che è la distruzione totale della società. Perché quando arrivano questi criminali, se commettono questo crimine sul genere femminile, vuol dire dalla piccola alla grande, vuol dire che in quel posto lì non ci vive più nessuno.

Michela: Che vogliono sterminare la popolazione. Impedire la riproduzione.

John: Sì, ma anche emarginare la donna, perché una donna che subisce questo… Immaginiamoci già in Italia, una donna che subisce uno stupro, quanto sia difficile denunciare, difficile riprendere la vita, sia psicologicamente ma anche nella società. In quelle situazioni lì…è ancora più grave, perché sono stupri di massa, perché è una distruzione.

Poi grazie a Dio ci sono questi medici, uno di loro è questo medico Denis Mukwege, adesso stiamo collaborando con un altro che si chiama Joseph Kakisingi. Quello più conosciuto è Denis Mukwege, che con il suo ospedale di Panzi ha messo a punto una metodologia che viene studiata anche da tanti medici che vengono da fuori, per fare questo lavoro.

Un lavoro che non finisce con la riparazione fisica, ma anche la riparazione psicologica e un accompagnamento economico dopo. Per ridare forza, non dico potere, ma forza, quello che si chiama empowerment… forza a queste donne che diventano anche leader nella comunità per sostenere altri che hanno subito questo crimine gravissimo.

Ci sono forse mezzo milione di donne che hanno subito. Si diceva che non c’è posto più difficile per le donne è proprio l’Est del Congo. Quando si dice donna vuol dire bambine, anziane e ragazze. Io ho una sorella dispersa dal ‘98, noi non sappiamo che fine abbia fatto. I caschi blu delle Nazioni Unite… questa è un’altra questione, perché noi diciamo che c’è silenzio seppure si sappia. Noi abbiamo avuto dal ‘99 ad oggi dei caschi blu in Congo e nel momento in cui ce n’erano tanti, facevano un numero veramente altissimo, 20.000 caschi blu, ed è il contingente più numeroso e più costoso, perché spendono oltre un miliardo ogni anno.

Sono lì, non hanno mai costruito un ponte, non hanno mai arrestato un criminale di guerra, un capo milizia, non hanno mai messo fine a nessuna milizia, perché sono lì con regole di ingaggio che dicono che sono osservatori. Noi siamo tipo in uno zoo, siamo osservati. Quando poi ripartono dai nostri paesi, hanno stuprato, queste sono le questioni.

Per questo anche dicevo, parlavo di quel report, quel rapporto mapping. Se venisse applicato un tribunale, tutte queste cose verrebbero fuori, perché si racconterebbe, si darebbe giustizia alle vittime, e questo manca. È da lì che si arriva al perdono. Serve questo per arrivare alla pace, serve perdono, per il perdono serve giustizia, a noi questo ci serve.

Si parla di centinaia di migliaia di bambini schiavi nelle miniere di Coltan e Cobalto e quindi, l’ho già detto, le vittime, sia per arma, sia per fame, insomma, ragioni collaterali a questa occupazione, si parla di oltre 10 milioni di vittime[25].

10 milioni di vittime. E non c’è una giornata di memoria, anche perché non è riconosciuto come genocidio, cioè non c’è praticamente niente.

Allora noi ci sentiamo veramente male. Nel momento in cui noi stiamo parlando ci sono massacri. Quindi questa è una situazione molto molto complicata e quello che fa male è sapere che veniamo massacrati per i minerali, per le risorse che abbiamo. Oro, diamanti, Coltan, Cobalto, Stagno, Noganese, Piombo, Zinco, Urano, Petrolio. L’altra cosa, ragione per cui il Rwanda occupa il Congo sono le terre.

In questo momento che non ci sono le frontiere, i ruandesi stanno entrando. Cioè come fai? Essendo già che ci sono ruandofoni lì nell’est del Congo, quindi mettiamo che domani la guerra finisca, come fai tu a dire tu non sei congolese e tu sei ruandese? Succedeva già prima, adesso la frontiera è aperta. Quindi il Rwanda, questo chiedo a chi ci ascolta, di verificare qual è la densità abitativa del Rwanda. Il Congo fa 40 abitanti per chilometro quadrato. Il Rwanda è su 400 e rotti.

In Rwanda non ci sono terre. Quindi uno degli obiettivi anche nascosti del Rwanda, oltre ad avere accesso praticamente a questi minerali, perché il Rwanda si sviluppa e diventa ricco proprio per questi minerali del Congo. L’altro obiettivo era quello di andare a cacciare via o comunque fare i conti con gli Hutu.

Ma l’altro è praticamente l’occupazione delle terre, terre fertilissime, terre vulcaniche, perché abbiamo il vulcano Nyiragongo, Nyamuragira, cioè due vulcani dei più importanti. Dove le terre sono vulcaniche, le terre sono molto fertili. E quindi se oggi occupa un territorio quattro volte il suo territorio, quindi capite…

Parte 7 – Una finta pace e una vera occupazione


Scree pagine UNHCR: DRC: UN officials raise alarm at the dramatic impact of prolonged conflict on women and children

La scorsa primavera, il presidente congolese Tshisekedi si è rivolto agli Stati Uniti per chiedere protezione, proponendo un accordo simile a quello tra Kiev e Washington: accesso alle ricchezze minerarie in cambio di sostegno militare e politico.

Gli Stati Uniti hanno accettato, diventando garanti degli accordi di pace firmati con il Ruanda il 27 giugno 2025. Ma, come in Ucraina e in Palestina, quella “pace” non ha portato sicurezza.

John: Quello che è successo a Washington temo che abbia pregiudicato di molto il futuro del nostro paese. Non è detto che non si possa recuperare perché gli accordi possono essere rotti. Non dobbiamo perdere speranza.

Lì, per renderla facile, gli accordi sono tra Rwanda e il Congo, però con, a monitorare, a gestire, a garantire, gli Stati Uniti. Infatti Trump ha detto che ha messo fine a sette guerre compresa quella congolese.

In realtà dal 27 giugno ad oggi si sta morendo e di brutto, perché quello che è stato deciso mica l’hanno applicato e non è applicabile. Per me congolese quella roba lì è della pura criminalità.

Perché? Che cosa dice? Al Congo si dice che deve mettere in associazione, in comune, diciamo, quindi la gestione dal punto uno, dall’estrazione alla trasformazione, deve fare in compartecipazione tra Congo e Rwanda. Questa è già una cosa inaccettabile. Due, hanno detto anche la stessa cosa per la cogestione del parco della Virunga.

Il parco della Virunga è dove si trovano i gorilla di montagna, quindi vuol dire turismo. Quindi dire che il Ruanda abbia il diritto di partecipare alla gestione di quel parco nazionale…ma perché si chiama parco nazionale se poi il Ruanda ci deve partecipare? In più, dall’altra parte, gli Stati Uniti fanno un accordo con il Ruanda per portare capitali e costruire strutture e fabbriche per raffinare le materie prime, che il Ruanda non ha.

E quindi questo è inaccettabile. E ricordiamo che quell’accordo lì è colpa del presidente congolese, perché quando ha visto… alla luce di quello che era successo in Ucraina, quando Trump ha detto «Noi vi abbiamo protetto e vi proteggiamo perché dobbiamo avere accesso alle risorse», e hanno firmato l’accordo in cambio della protezione. Non so neanche se la protezione c’è.

Félix Tshisekedi, che è parte di questa cosa qua, perché bisogna ricordare che una grande responsabilità in questo disastro, in questa sofferenza del popolo congolese, ci sono anche dei dirigenti congolesi. Dirigenti congolesi. Patrice Lumumba è forse l’unico.

Quelli che lo hanno seguito, o sono arrivati in modo illegittimo, o sono stati pagati, strapagati. Quindi noi abbiamo questo problema qua. Tshisekedi è andato di sua propria volontà a chiedere protezione, chiedere protezione a Trump.

Conclusioni – Un futuro senza colonialismi 

Seun Kuti: «Ma ho un consiglio per i giovani in Europa. So che volete liberare la Palestina. Volete liberare il Congo. Volete liberare il Sudan. Volete liberare l’Iran. Ne esce uno nuovo ogni settimana.
Liberate l’Europa. Liberate l’Europa dall’estrema destra. Liberate l’Europa dal fascismo. Liberate l’Europa dal razzismo. Liberate l’Europa dall’imperialismo. Quando farete questo lavoro, non appena lo avrete fatto, Gaza sarà libera. Il Congo sarà libero, il Sudan sarà libero, l’Iran… Dimenticatevi di noi. Non vi preoccupate per noi. Liberate l’Europa.» [26]

Questa voce appartiene a Seun Kuti, figlio del grande musicista nigeriano Fela Kuti, che si è rivolto così al pubblico dal palco dell’INmusic festival di Zagabria lo scorso giugno.

Free Palestine, Free Sudan, Free Congo: questo è lo slogan che alcuni attivisti, sensibili anche alle vicende congolesi e sudanesi, hanno portato, nelle piazze di tutto il mondo, in mobilitazione contro il genocidio palestinese. Kuti sostiene che se vogliamo davvero liberare i paesi che sfruttiamo dobbiamo liberare noi stessi dalla cultura imperialista e fascista. 

Perché anche in Congo l’occupazione illegale, il saccheggio di minerali e la confisca delle terre vede partecipare tutti i principali attori internazionali. Nessuno sembra davvero voler fermare le violenze. Perché farlo significherebbe interrompere la catena di approvvigionamento che alimenta le industrie di tutto il mondo.

Intanto qualcosa nell’opinione pubblica forse sta cambiando: se fino a due anni fa questo tipo di interessi era noto ma poco discusso, oggi la questione del profitto sulla pelle dei popoli oppressi è dibattito quotidiano, soprattutto in rete.

È da due mesi che la società civile mondiale si sta muovendo con scioperi, proteste e manifestazioni contro il colonialismo in Palestina. E allora che si continui a protestare, a scioperare e a boicottare. Perché la lotta per la Palestina libera è anche quella del Congo libero, quella di un mondo senza più colonialismi.

John: Posso solo sperare. Quella presa di coscienza che c’è nei giovani, diciamo, ci sono sicuramente degli attivisti, quelli della Lucha, Filimbi, attivisti giovani, di gruppi proprio giovani.

Ci sono le donne, le donne, anche i movimenti di donne. È importante ricordare sempre che l’Africa è donna.

Denis Mukwege è un’attivista importante. Ci sono giornalisti importanti, molti dei quali sono adesso in esilio. Uno di loro si chiama Fabien Kuswanika, adesso in esilio in Belgio.

Ma bisogna anche dire basta anche a quei criminali che stanno massacrando nell’est del Congo. Serve una rivoluzione.

È una rivoluzione che serve nel mondo intero, a dire la verità. Però lì nel cuore dell’Africa serve una rivoluzione. Capite anche questo diritto che oggi viene quasi seppellito completamente da gente, Stati Uniti, dalle guerre varie che stanno nascendo.
Questo diritto in realtà è sempre stato opprimente per il continente africano.

Michela: perché è un diritto nato da colonialismo.

John: sì, dal colonialismo. Se vai a vedere gli accordi economici che ci sono tra l’Europa e l’Africa, sono accordi fatti in modo che l’Africa non si possa mai sviluppare, mai industrializzare.

Il diritto internazionale nasce proprio… Noi eravamo in catene. Ed è quindi una ipocrisia quando tu dici “tutti gli esseri umani nascono liberi, uguali, in dignità e diritti” e per tanti anni comunque li stai massacrando.

Io non sono contro il diritto internazionale, deve nascere un’altra forma di diritto che possa tenere conto anche un po’ di tutte le popolazioni del cosiddetto “sud globale”, ma non massacrare anche quelle del nord e del mondo, però equilibrare la situazione.

Michela: Sì, il futuro è la decolonizzazione.

John: Decolonizzazione, ma anche delle riforme forti. Stiamo vedendo, il mondo sta cambiando, il mondo sta cambiando e l’Africa deve capire, trovare il suo posto e capire con chi allearsi. Quindi anche il Congo, che ha fatto questi accordi con Trump, ha sbagliato di brutto. Che sta facendo gli accordi a Doha con l’M23 – vuol dire che dà qualcosa al Qatar – sbaglia di brutto.

Il futuro è diversificare, no? Noi pretendiamo di poter collaborare con chiunque. Questa deve essere l’idea dell’Africa e il Congo dovrebbe anche cercare di cambiare un po’ lo status quo.

[1] DRC on the situation in the country – Security Council Media Stakeout, YouTube

[2] Shola Lawal, A guide to the decades-long conflict in DR Congo, Aljazeera, 21 Feb 2024

[3] UNHCR, Eastern Drc Situation, 06 February 2025

[4] Vedi nota 2

[5] Letter dated 31 May 2024 from the Group of Experts on the Democratic Republic of the Congo addressed to the President of the Security Council

[6] Vedi nota 2

[7] Fabio Bartoli, Genocidio del Ruanda: un caso di “soluzione finale”. Intervista a Silvia Cristofori, MicroMega, 7 aprile 1994

[8] Helen C. Epstein, America’s secret role in the Rwandan genocide, The Guardian, 12 settembre 2017

[9] Kim Willsher, France not complicit in Rwanda genocide, says Macron commission, The Guardian, 26 Mar 2021

[10] United Nations, Report of the Mapping Exercise documenting the most serious violations of human rights

and international humanitarian law committed within the territory of the Democratic

Republic of the Congo between March 1993 and June 2003, agosto 2010. Un riassunto può essere trovato sul sito di Human Rights Watch, DR Congo: Q & A on the United Nations Human Rights Mapping Report

[11] Alleanza delle Forze Democratiche per la Liberazione del Congo.

[12] Tra la prima e la seconda Guerra del Congo hanno perso la vita circa 6 milioni di persone. Qui una spiegazione: Conflict in the Democratic Republic of Congo, the Center for Preventive Action

[13] Congo peace deal signed, The Guardian, 17 dicembre 2002

[14] Who profits from conflict in the Democratic Republic of the Congo?, Anna Mier y Teran, Università di Navarra, 15 maggio 2025; vedi anche nota 7 sul Rapporto Mapping del 2010.

[15] “Join Us or Die” Rwanda’s Extraterritorial Repression, 2023, John Holmes for Human Rights Watch

[16] https://www.hrw.org/news/2010/10/01/dr-congo-q-united-nations-human-rights-mapping-report, 1ottobre 2010

[17] António Guterres, «J’espère que la CPI va pouvoir enquêter sur Izioum», France 24, 18 settembre 2022

[18] Trading Economics, Israel Exports of arms and ammunition, parts and accessories to Rwanda (according to the United Nations COMTRADE database on international trade). 

Nota: È difficile ricostruire con precisione la catena dei rifornimenti bellici del Ruanda perché il Paese tende a dichiarare importazioni di armi molto inferiori rispetto alla realtà. Non si tratta comunque di un caso isolato, poiché nascondere i dati reali sul commercio di armi è una pratica diffusa.

Secondo i dati ufficiali riportati dall’Observatory of Economic Complexity (OEC), nel 2022 il Ruanda ha dichiarato importazioni per appena 115.000 dollari, provenienti dalla Slovacchia.

Però Trading Economics, che aggrega dati della banca ONU UN COMTRADE, segnala che Israele ha registrato verso il Ruanda nello stesso anno esportazioni di armi e munizioni per circa 23,9 milioni di dollari.

In merito alle forniture israeliane, un ex generale sudafricano che era impegnato in RDC nella missione ONU Monusco, Maomela Moreti Motau, lo scorso febbraio ha dichiarato che le M23 sembrerebbero essere equipaggiate con armi simili a quelle utilizzate dall’esercito israeliano (Newzroom Afrika, YouTube).

È invece noto e documentato il sostegno militare dell’Unione Europea al Rwanda, che sia nel 2022 che nel 2024 ha stanziato 20 milioni di euro a supporto delle operazioni ruandesi in Mozambico, un accordo che è stato poi contestato da alcuni Stati, come il Belgio, da diversi parlamentari europei e da numerose organizzazioni della società civile alla luce dei crimini in RDC (vedi nota 19, 20, 21, 22, 23).

[19] Council of the EU, 1 December 2022, European Peace Facility: Council adopts assistance measures in support of the armed forces of five countries

[20] Initiative for Equality, Open Letter Congolese Civil Society Coalition: Stop Funding Invasion Eastern DRC, 2025; Urgent call from civil society to end the EU-Rwanda Partnership following Rwanda’s expanded presence in Eastern Congo; Urgent Need for the UN Human Rights Council to Create an Independent Mandate to Investigate Rights Violations and Abuses by All Parties in Eastern Democratic Republic of Congo.

[21] Philippe Jacqué, L’Union européenne débloque 20 millions d’euros pour les forces rwandaises au Mozambique, Le Monde, 20 novembre 2024; Council of the EU, 18 novembre 2024, European Peace Facility: Council tops up support to the deployment of the Rwanda Defence Force to fight terrorism in Cabo Delgado

[22] Commissione Europea, EU and Rwanda advance health and refugee initiatives with new Global Gateway investments, 9 ottobre 2025; Felicia Schwartz, Rwanda agrees to take up to 250 migrant deportees, Politico, 8 aprile 2025

[23] Jonathan Beloff, Rwanda and Belgium are at odds over the DRC: what’s led to the latest low point, The Conversation, 31 marzo 2025; Reuters, Congo’s army and Burundian allies slow M23 rebel’s southern march, 1 febbraio 2025;

[24] Lindy Heinecken, South African troops are dying in the DRC: why they’re there and what’s going wrong, The Conversation, 31 gennaio 2025

[25] Nota: la cifra delle vittime nella RDC dal 1996 a oggi somma circa 6 milioni durante la prima e seconda guerra del Congo (vedi note 10 e 12). Per il periodo 2003‑2025 non esistono stime affidabili complete, ma è plausibile che le morti aggiuntive derivanti da conflitti successivi possano portare il totale ben oltre i 4 milioni.

[26] Seun Kuti & Egipt 80 (Live) @ INmusic festival 2025, YouTube.

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